Storie di barche marinai e mozzi

giovedì 11 giugno 2015

è diverso



Quest'anno é diverso. Sono capitate tante cose e, quasi nessuna, gradevole.
quest'anno è diverso. Sono diversa io, mi sento vecchia, loffia e cagionevole, ma ho scoperto che, se voglio, trovo da qualche parte energie e lucidità per affrontare le situazioni peggiori, non credevo, e mi congratulo da sola.
Partire é stato diverso, però non tantissimo. È stata una evoluzione degli anni precedenti, una tendenza in aumento, delle ansie, per quello che si lascia, preoccupandosi di lasciarlo al meglio, e per quello che si ritroverà, al ritorno, sapendo che , su questo, non si può fare nulla, se non evitare di partire. Fuori discussione. Diverso sì, ma non esageriamo.
Persino l'arrivo in Grecia é stato diverso. Il volo per Kos non era gremito, anche se la compagnia è passata da due ad una partenza settimanale e l'autobus per il porto era vuoto. Anche la città era vuota, pochissime biciclette, pochissime gambe al vento; all'approdo nel porto vecchio, due gullit e tre barche a vela, interi tratti vacanti. 
Ma diversissima è apparsa la folla in attesa del traghetto, quello che va ad Atene, facendo tappa in varie isole del Dodecanneso e chissà quali altre. Valigie colorate, pantaloncini corti, tuniche a fiori, sandali ornati da finte pietre preziose, pelli bianchissime o scottate dal sole, capelli biondi giovani  o bianchi, maturi, voci anglosassoni oppure vichinghe sono stati completamente sostituiti. Al loro posto pelli scure, ma non sempre. sguardi comunque scuri, severi, anche se con il sorriso sulle labbra, spesso riparati da enormi occhiali da sole. pantaloncini a fiori, jeans al polpaccio, tute da ginnastica. Scarpe da ginnastica. sempre. Poche donne, metà velate e metà no. Se ci sono le donne ci sono anche i bambini, riccioli scuri, riccioli chiari, ma sempre riccioli. amatissimi, coccolatissimi, fotografatissimi. Dalle mamme, dai babbi, dagli zii, dai nonni. Pochissime le valigie, pochi gli zaini, molte borse e fagotti di tela e plastica. non sono turchi, non sono greci, non sono zingari. Sono felici. Ridono per un nonnulla e fotografano tutto con i telefonini: le mura di Kos, i traghetti in arrivo, l'andirivieni di motrici che caricano a bordo i containers enormi, e manovrano come delle cinquecento, vicinissime tra loro senza mai sfiorarsi, la costa Turca, sisi, è turchia, no, non Marmaris, è Bodrum, thank you. Il tramonto, il mare.
Acquacheta non è diversa. Lei no. scendo la scaletta, ammiro i disegni del T. che, invece di far lavori nell'attesa, con la scusa che era in drydock con ll'acqua e corrente lontane, ha dato spazio alla sua vena artistica, tesa ad esprimere tutto il sentimento di mancanza. questa sì che è una bella accoglienza. Sono a casa, e mi passa anche il mal di denti. Sisi, qualche problemuccio esiste.  il motorino del tender è morto, chissà quando arriveranno i pezzi di ricambio. Vabbè per quello che si usa. ah, anche il telecomando del salpaancore è morto, se è un contatto e si ripara bene, sennò va bene lo stesso. poi il teak, le vele, i tendalini. È stata una entusiasmante sensazione, addormentarsi  con il familiare e dolce  tin tin che fa il lazyjack picchiando sull'albero, e svegliarsi a giorno fatto, senza interruzioni. I lavori li faremo insieme, con calma, cominciando dal più semplice. questa bandiera un se po' vedé.

lunedì 13 aprile 2015

l'Egeo a Bocca d'Arno


Il fiume Arno, non è un fiume, anche se sulle carte viene così censito; è un grande torrente. Imprevedibile. Con nulla si gonfia, con nulla si asciuga, o quasi. A Bocca d'Arno, verrebbe da pensare, ci saranno solo pochi coraggiosi, all'ormeggio. Non è assolutamente vero. I coraggiosi sono una moltitudine, come una moltitudine sono i cantierini che si susseguono, sulla Statale alberata che da Pisa conduce al mare. E Gru e barche in secca e cancelli e bandiere e tavolini all'aperto e ombrelloni e aiuole e fiori, tantissimi e coloratissimi. File di alberi con le crocette che svettano da lontano in mezzo ai platani, ai fiori, ai tavolini. Questa è Bocca d'Arno. Si, anche eserciti di zanzare armate, da maggio in poi, al tramonto. ma questo è un particolare trascurabile, chiamiamolo ecosistema di foce fluviale e tutto torna tra le righe, si accetta.
E pensare che, in questi ultimi dieci, quindici anni, la costa Toscana si é arricchita di funzionali Marina, laddove esistevano, prima, foci di fiumi oppure, nella migliore delle ipotesi, porticciuoli mal difesi dal libeccio e di scarso pescaggio. Il porto di Pisa, per iniziare dal più vicino, e poi Rosignano, e poi San Vincenzo, e poi Salivoli e poi il Puntone di Scarlino, e poi Marina di Grosseto.
Eppure, a Bocca d'Arno, c'è sempre, tuttora, un gran movimento. D'inverno, a terra, tra pranzi, cene e lavori sotto agli invasi. Di Primavera, i vari, ma anche gli alaggi di chi appunto viene dai porti prima elencati, perché Bocca d'Arno possiede un'ottima tradizione artigiana, gran cuore e prezzi modici. D'estate il viavai, le partenze, gli arrivi, i pescatori, i picnic e e giochi a carte. E i sogni. Il sogno di superare quei tre cavalloni insidiosi nel punto, sempre diverso, in cui fiume e mare si incontrano e prendere il largo, verso gli arcipelaghi, dai più vicini ai più lontani. Perché, di arcipelago in Arcipelago, di isola in isola, anche grandicella, prima o poi si arriva nelle Cicladi e infine nel Dodecanneso, poi si sbatte perché lì, comincia la terraferma, il Mediterraneo è finito, ma intanto si è percorsa tanta strada e, a quel punto, si può approfondire.
Benedetto, non potevi trovare migliore contesto, per questo viaggio, per questo racconto, per questo sogno.


La Francesca, è una forza della natura. Possiede, sicuramente, mestiere ed esperienza, anche se questo è il suo primo libro. Ma, non c'è bisogno di scrivere un libro, per acquisire mestiere ed esperienza. Esistono discipline affini che preparano sufficientemente ad affrontare platee sconosciute, domande, contrattempi, pranzi, cene, sale e salotti e conversazioni con le persone più disparate, anche se accomunate dalla passione per il mare e la navigazione. La Francesca, oltre al mestiere, è così. Estroversa ed entusiasta. E contagiosa, come l'influenza. Gesticola e fa voci. E sorride, sempre, anche quando è seria. Non glielo ha ordinato il dottore, di fare così, e neanche il marito, che non c'era, ma aveva mandato un'autorevole bodyguard, non tanto a proteggerla da rapimenti, la Francesca sa sicuramente badare a se stessa, quanto ad evitare che, così presa nel comunicare agli altri la sua gioia di vivere, di navigare, ed il suo amore per l'Egeo, perdesse la cognizione del tempo e rimanesse lì, a Bocca d'Arno, per altri due giorni almeno, invece di tornare a casa, da Pincapalla, da Paquita.
Spero che mi perdonerai, Nicola, per averti fatto assumere, in questo racconto/resoconto, il ruolo di bodyguard, d'altra parte poteva andarti peggio. Mi sei sembrato uomo di mondo, oltre che d'ironia, e la tua figura e la tua concretezza mi hanno suggerito così.






Un bel tavolo lungo e colorato, dove si parlavano tanti accenti, non solo quello toscano; c'era pure la Tri che è mittleuropea di madrelingua inglese, e poi dice che in Toscana siamo chiusi ed inospitali, ma che va per mare è diverso, è attratto dalle differenze, gni garba mescolarsi.
A volte, ci vuole un po' di coraggio. Parlo per me ovviamente, che ho sempre paura di andare incontro a delusioni, e quindi tendo a prevenire, evitando le occasioni.
Non sono rimasta delusa, dagli incontri, dalle persone, affatto, anzi tutt'altro. Persino il T. incredibilmente ciarliero,  immerso in discussioni su max prop, anodi, materiali tecnologici, volanti, stralletti, fiocchi ed "apparecchiature" per ancoraggi di prua, mi ha ringraziato, dopo, per avere insistito un po', per averlo convinto a partecipare, e ho detto tutto.
Certo, merito è stato anche di Claudio, che ci ha fatto una bella sorpresa, ad esser lì, e sembrava di esserci lasciati pochi giorni prima, a Marmaris, con lui che andava a Rodi, dal suo amico George (Grrrrr) e noi ancora più ad Est, dai Lici, dai pini di Aleppo e dalle capre arrampicate sopra.


E poi del Dimpo, che, da vero signore, ha mantenuto la sua promessa, facendoci omaggio, a me e alla Tri, di bellissimi guinzagli artistici, fatti a mano, adatti ai nostri cani che, se messi insieme, coprono tutte le taglie del mondo. E poi di Luigi e Nicla, con i quali ci siamo dati già appuntamento, tra quelle isole, e di tutti gli altri, i nomi, tutti, non me li ricordo, però, caro Benedetto, ci hai visto veramente bene, ha funzionato, sembrava di conoscerci da tempo.
E infine è stato merito di Francesca e del suo racconto. Lì, davanti a quella sala strapiena dove noi in piccionaia ci siamo dovuti portare le sedie da fuori perché quelle in dotazione erano esaurite, ecco lì


a parlare dell'Egeo, c'ero io. Più alta, senza occhiali, con i capelli lunghi, più disinvolta, con maggiore spigliatezza e proprietà di linguaggio, sicuramente. Ma c'ero io. E c'era anche il T., me lo ha detto, anche se non indossava, in quel momento i baffi. E, ci scommetto, c'erano anche Claudio e Luigi e la Nicla e, voglio sperare, anche Nicola. E forse anche qualcun altro di cui non ricordo il nome.
La Francesca, sa raccontare, perchè dà voce ai sui sentimenti e riesce ad esprimere in maniera egregia le sensazioni sue, che poi sono quelle di tutti noi che lì, in Egeo, ci siamo andati e dal quale, in un certo senso, per ora, non siamo tornati.
E quindi, anche per statistica, queste sensazioni sono vere. Una tipa accanto a me ha sussurrato, beh, se non è un portolano classico sarà una guida turistica. No cara, le ho risposto, non ci siamo proprio, è quasi una biografia, compralo, non te ne pentirai.
Se quella che parlava con la voce ero io, insieme a tanti altri, l'autore che parlava con le immagini, proiettate, come si conviene, senza alcun commento, No. Lo dimostrano gli scatti di questo post. Gli autori erano due, una bella coppia, Giovanni e L'Egeo. Niente effetti speciali. Gli occhi, l'Egeo, lo vede proprio così.
Il T. ha detto: un binomio perfetto, la scelta di vita, la navigazione, il contesto, raccontato con la voce. la sosta, il luogo, il vento, il mare, la terra, la scoperta, insomma, raccontato con gli occhi.
Credo, Francesca, che a molti avrai iniettato il tuo entusiasmo, la tua voglia di salpare, e di andare incontro a quelle sensazioni che così bene hai descritto, a braccio e forse anche un po' brilla, ma in vino veritas, quindi va bene così e che a molti tu abbia fatto venir voglia di saltare quei tre cavalloni che si formano dove il fiume incontra il mare, e di girare, in fondo, a sinistra.


mercoledì 25 marzo 2015

il mio Oceano

òquesta non é una storia di barche, non é una storia di marinai, non é una storia di mozzi. Non é una storia. é un pensiero, di una che sì, un po' marinaia lo é, se non altro ad honoris causa, avendo dedicato al mare, e alla barca a vela, tutti i suoi giorni di vacanza, da quando aveva 15 anni. Persino il viaggio di nozze si é svolto in barca, alla ricerca di una Ponza ottobrina, meta alquanto esotica, in certe circostanze.
In oceano, non ho mai navigato. L'ho visto, questo sì, in due momenti, rare eccezioni della consuetudine che ho appena descritto, ma non ci ho mai navigato, pur essendoci andata vicino, da ragazzina, quando pregai lo zio di portarmi con sé, e lo zio disse dapprima si, poi no, qualcuno lo doveva avere convinto. Vinse qualcuno, e non andai. Ero adiratissima. Ho letto tante avventure, ammirato tante fotografie, ora poi che ci sono questi attrezzi, i social, mi passano davanti treni di immagini allettanti, estati infinite, atolli, palme, barriere coralline, porti coloratissimi, animali sconosciuti. Certo, sarebbe bello, penso immaginando l'onda lunga, le albe ed i tramonti,  ed i turni di tre ore ciascuno, i ritmi del sonno-veglia, buongiorno, buonanotte e le poche ma intense parole che ci si potrebbe scambiare, noidue, nei rari momenti dello stare insieme. Per giorni.
E la pazienza. Ce ne vuole molta. Perché se non c'é vento, il motore non lo accendi, considerando che, dietro, il distributore, non c'é. Ma di pazienza so armarmi. me lo ha insegnato il mi' babbo, dopo che io l'ho aiutato  ad imparare come stringere il vento. e magari, nella traversata, non cé neppure verdura, o vino fresco. ma anche qui, si sa come fare. ce lo hanno insegnato tante barche spartane, perché i denari non erano abbastanza per poter acquistare le comoditá.e se arriva la tempesta??? si, lo potrebbe, ma ora, con tutti questi modelli matematici, e, nella stagione giusta, le sorprese son poche, ben più difficile una previsione nel nostro capriccioso mediterraneo, di un aliseo portante. e di qualche tempesta, la memoria si é irrobustita, insegnandoci, anche lei, molto, per primo, non andarsela a cercare.E allora??? domani, dai, andate. gli amici vi invitano. No. l'Oceano, per me, non é una villeggiatura. é l'Oceano e basta. Una scelta di vita.una vacanza, nel vero senso del termine, un buco in mezzo ai giorni che corrono, da riempire con una vita completamente diversa da quella ordinaria, con i suoi problemi e le sue soddisfazioni. Primitive, animali, e forse per questo, più facilmente affrontabili.
ed é quello, che da qualche anno, mi sta offrendo l'Egeo, il mio Oceano di ora. tre mesi, non di più, perché, a casa, ci sono troppi amori. quando non ci saranno più, e, se ci sarò anche io, chissá, Oceano. Ci incontreremo. E forse, non tornerò più indietro

domenica 1 febbraio 2015

Il T. ri'orda (io ero alle medie). I significati di un progetto.

jIl T. ri'orda : 
Volevo prendere la patente nautica, il gommone e le lancettine di 5 e 6 metri non mi bastavano più. La barca a vela sarebbe stata il mio futuro, progettavo.
Non ero mai stato su una barca a vela "seria". Almeno una volta ci dovevo andare, prima di mettere mano ai libri, magari non mi sarebbe piaciuto, e allora tanto sforzo per nulla, no, bisognava andare sul sicuro. Quindi andai in cerca di un imbarco, possibilmente economico. 
In quegli anni, sulle coste toscane, girottolava un tipo bizzarro, su una barca di ferrocemento, autocostruita.
La lunghezza non la ricordo bene, ma,  intorno ai 37 piedi. 
Il nome lo ricordo, ma, si potrá dire? 
Il motore era entrobordo, ma, raffreddato ad aria. 
Tutto sommato funzionava, il motore, intendo, ma, per raffreddarsi lui, riscaldava l'equipaggio in pozzetto. Menomale che non era agosto.
Era uno sloop, non mi ricordo l'opera viva, ma, doveva essere a chiglia lunga. 
La stazza anche quella...... un vuoto di memoria, ma sicuramente, doveva essere assai cospicua. 
Un mattone galleggiante.

La barca, "Notevole" apparizione,  era ormeggiata nei canali di Livorno. Quartiere Venezia, il nome la dice tutta.  Scenario suggestivo, ma, le zanzare parevano elicotteri ed erano armate.
Salimmo in cinque. 
Abituato, in mare,  a dividere gli angusti spazi al massimo in due, mi salì un po' di preoccupazione, ma, mi parevano tutte persone per bene, eppoi avevo bisogno di frequentazione.
Uno di loro era un astronomo di Arcetri. Provò ad insegnarmi i rudimenti della navigazione astronomica. Affascinante, ma assai complessa; qualcosa capii, e me lo ricordo ancora.
Poi il Persiano era molto particolare. Il primo venuto da Oriente che abbia frequentato. Gni garbava il vino, tanto e bono. Il comandante decise che lui doveva essere addetto al mezzo marinaio, spiegandogliene le funzioni. Ma lui non aveva capito bene, o forse la spiega non era stata chiara. Insomma, tutte le volte che sarebbe servito, al Comandante toccava richiamarlo ai suoi doveri.  Poi all'esimo richiamo, pensò di aver capito, e si sorprese molto quando, a Livorno, vicino ad un ormeggio con un Portacontainer nel mezzo, il capitano non lo coinvolse, ma poi capì, perché in fondo, era intelligente.
Il capitano era ameno e la coppia era una coppia. 
Allora si va all'Elba, comanda il Comandante, ed Elba sia.
Che boline!!!!! insomma, la barca era piegatissima, faceva la spuma dietro, i baffi davanti,  viaggiava alla grande, e noi si era tutti gasati. Ma, ahimé, non trattavasi di bolina, bensì di traverso.
Nonstringevaunasega. 
Però ci divertivamo un monte. Dopo qualche ora che, bordeggiando e virando in maniera esemplare, in sincrono, come un equipaggio regatante sapientemente diretto,  Ma, si era sempre lì, bagnati e felici, Il Comandante decise:" beh, ora andiamo all'Elba, se no si fa notte fonda". E mise motore, quello che faceva caldo. E fu la mia prima, bellissima,  notte in mare.
Ora dico due parole io, P.:
E mentre il T. girava l'arcipelago,  felice e sgarzullino, con il mattone galleggiante e sbolinando di traverso, io e babbo facevamo il giro dell'Elba con una nocina di tre metri e mezzo, di nome Otaria, e forse ci siamo incrociati, chissá, ero distratta da Averroé, il mio fiocco, che stringeva alla grande ma mi faceva sempre fare il bagno. Come in tutte le derive, del resto.
Ritorna il T. " Ma io al "Notevole One" (oddio l'ho detto)  Voglio sempre bene, e al suo comandante,  Lelio, e all'equipaggio tutto, mi hanno aperto nuovi orizzonti".
E pure io, che il Notevole ed il Lelio li ho incrociati, poi, da ragazza, ed il T. non era neanche nell'anticamera del mio cervello, chissà dove sgarzullava, Lui, quando li ho incrociati, loro.
Poi nel suo racconto il T. aggiunge che il Notevole, nell'astronomo e nel Persiano, aveva generato un'idea, un progetto: una barca in ferrocemento autocostruita, di trentacinque metri, dove i letti eran letti, le cucine le cucine, i lavandini i lavandini, i bidet i bidet. Un progetto chiaro, e sicuramente molto ardito. Fecero un gruppo, una coop, e cominciarono, a Lastra a Signa, in un cementificio tra i campi e i canali di bonifica. Intorno a quel cementificio per anni ci sono state, ce lo immaginiamo, libagioni e baccanali, in mezzo a betoniere, sacchi di sabbia, tondini e bidet e cucine ariston e lavandini Dolomite o cos'altro. E flessibili e Fiamme ossidriche e strumenti per saldare e metri e matite e penne e rotoli di carta mmillimetrata.Fino a qualche anno fa Essi erano ancora lì, a costruire il loro progetto. Ora non sappiamo. Ci auguriamo che il loro progetto adesso navighi pesantemente un qualche mare, ma se questo non fosse, non importa. A volte un progetto conta per quello che é, perché ci si diverte a realizzarlo. E stare insieme. E questo conta.
Un doveroso Post Scriptum: il progettista era l'arch. Foschi ( il T. travestito da broker inglese) lo dá ad una quota mooolto bassa). Ma era contrario.

domenica 25 gennaio 2015

sono andata a teatro, finalmente, dopo tanto. e si parlava di due che andavano per mare, quindi va bene


Antefatto
Un giorno, recente, una tipa, geologa, dopo aver letto una cosa su un blog che parlava di esperienze di viaggio velico, in quel momento in mezzo all'Egeo, curato da un tipo, geologo anche lui, gli scrisse, esortandolo a buttare nel cestino quella educativa e divertente laurea, e dedicarsi in alternativa, al teatro, bisognoso di brillanti, giovani autori. Il tipo le rispose che sul primo punto non c'erano dubbi. Sul secondo invece glissò, portando come motivazione il fatto che odiava il teatro. 
Erano cinque, sei mesi fa. E la tipa ed il tipo, anche lui con una tipa, ma anche la tipa era con un tipo (le tipe son tutte tope, non aggiunge nulla alla narrazione, ma é un'informazione) insomma,  entrambe le coppie sfarfallavano con barchine di simile stazza a poche miglia di distanza senza mai, (volutamente?) incontrarsi e comunicavano fraternamente con i mezzi odierni. Ma il teatro era stato escluso. senza discussione. Amen.
Qualche mese più avanti il tipo geologo (devo precisare perché nelle righe precedenti i tipi e le tipe si moltiplicano) scrive alla tipa geologa, sotto dovuta inchiesta, che sì, lui odia il teatro, ma la motivazione é un po' debole, pensa la tipa, quindi si possono fare eccezioni, pensa il tipo, anzi, ci ha giâ pensato, ci si é provato, quindi si comincia.

Il fatto

il fatto, nel linguaggio moderno, si chiama "evento". Micojoni. Il linguaggio moderno, a volte, mi confonde. Per me un evento é una cosa che capita ogni 100 o più anni, e comunque, é cosa rara e ragguardevole. Ora vengono organizzati Eventi ogni minuto. É chiaro che la parola perde un po' di significato. Per il tipo geologo e la tipa che veleggia con lui (Mica solo lì, anche altrove, un veleggiamento strutturato, non occasionale) é comunque un evento, quindi va bene. Le parole hanno un significato relativo. Per loro é un evento, capito?????? Quindi anche per me, che voglio loro bene, così, a pelle. La pelle conta. E mi sembra vedendo il film, che la pelle abbia viaggiato, abbia contato, insomma. Tante persone, che condividevano la pelle, erano presenti. Altre condividevano cose più approfondite, la banchina, le serate insieme, l'amicizia, le prese per il sedere. Ma la pelle é coriacea. Va oltre. w la pelle.
ma dalla pelle non mi devo far confondere, ora, devo essere obiettiva (ahah, non ho mica un editore!!!! faccio quello che mi pare).

Mi sono divertita. Gli interpreti sono stati bravi. lo sfondo era da Presepe (non l'ho notato io per prima, ma sottoscrivo), ma ci stava. Il Peris accanto alla sua Signora, migliora molto, ha persino tirato fuori un po' di voce, ed il microfono é un palliativo, non conta. ma questo é normale. Le Signore sono atti unici, molto piû di quelli teatrali.. Sicuramente guardare persone amiche, mentre si esterna, aiuta. Si esterna, non Si recita. Quelle cose sono veramente accadute, nel momento, nel cuore, nella mente. E forse sono accadute un po' diversamente, meno tragicamente, ma insomma, un punto di veritá c'é sempre e comunque,  dalla veritá nasce l'immaginazione. É importante la veritá, ed è importante l'immaginazione che ne consegue. Non sto dicendo che Manuela e Carlo raccontano cose immaginate, non lo posso sapere, credo di no, anzi.  Sto dicendo che rendono "una favola" la quotidianità temporanea  di tutti noi che per qualche mese all'anno, viviamo la loro stessa vita, apprezzandola moltissimo, e nella quale, almeno io ed il T. ci riconosciamo. Dubbi, paure, tentativi, prove. grandi soddisfazioni quando l'obiettivo é raggiunto. ed ogni obiettivo é un'impresa, anche se prima di noi, oppure altrove, in altri mari forse più perigliosi, qualcun altro ha fatto di più. Non é una gara. É la nostra vita. devo aggiungere un doveroso commento per il montaggio. positivo . la sintesi é perfetta.
EPILOGO
La Manuela ed il Peris sono dei ganzi.Non so se dietro a tutto questo c'é del marketing, del busco, insomma. Non mi interessa. Anche se fosse sarebbe guadagnato. Sono dei ganzi perché hanno trovato il modo di far durare il loro piacere più a lungo. Ed é questo che conta.