Storie di barche marinai e mozzi

giovedì 11 giugno 2015

è diverso



Quest'anno é diverso. Sono capitate tante cose e, quasi nessuna, gradevole.
quest'anno è diverso. Sono diversa io, mi sento vecchia, loffia e cagionevole, ma ho scoperto che, se voglio, trovo da qualche parte energie e lucidità per affrontare le situazioni peggiori, non credevo, e mi congratulo da sola.
Partire é stato diverso, però non tantissimo. È stata una evoluzione degli anni precedenti, una tendenza in aumento, delle ansie, per quello che si lascia, preoccupandosi di lasciarlo al meglio, e per quello che si ritroverà, al ritorno, sapendo che , su questo, non si può fare nulla, se non evitare di partire. Fuori discussione. Diverso sì, ma non esageriamo.
Persino l'arrivo in Grecia é stato diverso. Il volo per Kos non era gremito, anche se la compagnia è passata da due ad una partenza settimanale e l'autobus per il porto era vuoto. Anche la città era vuota, pochissime biciclette, pochissime gambe al vento; all'approdo nel porto vecchio, due gullit e tre barche a vela, interi tratti vacanti. 
Ma diversissima è apparsa la folla in attesa del traghetto, quello che va ad Atene, facendo tappa in varie isole del Dodecanneso e chissà quali altre. Valigie colorate, pantaloncini corti, tuniche a fiori, sandali ornati da finte pietre preziose, pelli bianchissime o scottate dal sole, capelli biondi giovani  o bianchi, maturi, voci anglosassoni oppure vichinghe sono stati completamente sostituiti. Al loro posto pelli scure, ma non sempre. sguardi comunque scuri, severi, anche se con il sorriso sulle labbra, spesso riparati da enormi occhiali da sole. pantaloncini a fiori, jeans al polpaccio, tute da ginnastica. Scarpe da ginnastica. sempre. Poche donne, metà velate e metà no. Se ci sono le donne ci sono anche i bambini, riccioli scuri, riccioli chiari, ma sempre riccioli. amatissimi, coccolatissimi, fotografatissimi. Dalle mamme, dai babbi, dagli zii, dai nonni. Pochissime le valigie, pochi gli zaini, molte borse e fagotti di tela e plastica. non sono turchi, non sono greci, non sono zingari. Sono felici. Ridono per un nonnulla e fotografano tutto con i telefonini: le mura di Kos, i traghetti in arrivo, l'andirivieni di motrici che caricano a bordo i containers enormi, e manovrano come delle cinquecento, vicinissime tra loro senza mai sfiorarsi, la costa Turca, sisi, è turchia, no, non Marmaris, è Bodrum, thank you. Il tramonto, il mare.
Acquacheta non è diversa. Lei no. scendo la scaletta, ammiro i disegni del T. che, invece di far lavori nell'attesa, con la scusa che era in drydock con ll'acqua e corrente lontane, ha dato spazio alla sua vena artistica, tesa ad esprimere tutto il sentimento di mancanza. questa sì che è una bella accoglienza. Sono a casa, e mi passa anche il mal di denti. Sisi, qualche problemuccio esiste.  il motorino del tender è morto, chissà quando arriveranno i pezzi di ricambio. Vabbè per quello che si usa. ah, anche il telecomando del salpaancore è morto, se è un contatto e si ripara bene, sennò va bene lo stesso. poi il teak, le vele, i tendalini. È stata una entusiasmante sensazione, addormentarsi  con il familiare e dolce  tin tin che fa il lazyjack picchiando sull'albero, e svegliarsi a giorno fatto, senza interruzioni. I lavori li faremo insieme, con calma, cominciando dal più semplice. questa bandiera un se po' vedé.

lunedì 13 aprile 2015

l'Egeo a Bocca d'Arno


Il fiume Arno, non è un fiume, anche se sulle carte viene così censito; è un grande torrente. Imprevedibile. Con nulla si gonfia, con nulla si asciuga, o quasi. A Bocca d'Arno, verrebbe da pensare, ci saranno solo pochi coraggiosi, all'ormeggio. Non è assolutamente vero. I coraggiosi sono una moltitudine, come una moltitudine sono i cantierini che si susseguono, sulla Statale alberata che da Pisa conduce al mare. E Gru e barche in secca e cancelli e bandiere e tavolini all'aperto e ombrelloni e aiuole e fiori, tantissimi e coloratissimi. File di alberi con le crocette che svettano da lontano in mezzo ai platani, ai fiori, ai tavolini. Questa è Bocca d'Arno. Si, anche eserciti di zanzare armate, da maggio in poi, al tramonto. ma questo è un particolare trascurabile, chiamiamolo ecosistema di foce fluviale e tutto torna tra le righe, si accetta.
E pensare che, in questi ultimi dieci, quindici anni, la costa Toscana si é arricchita di funzionali Marina, laddove esistevano, prima, foci di fiumi oppure, nella migliore delle ipotesi, porticciuoli mal difesi dal libeccio e di scarso pescaggio. Il porto di Pisa, per iniziare dal più vicino, e poi Rosignano, e poi San Vincenzo, e poi Salivoli e poi il Puntone di Scarlino, e poi Marina di Grosseto.
Eppure, a Bocca d'Arno, c'è sempre, tuttora, un gran movimento. D'inverno, a terra, tra pranzi, cene e lavori sotto agli invasi. Di Primavera, i vari, ma anche gli alaggi di chi appunto viene dai porti prima elencati, perché Bocca d'Arno possiede un'ottima tradizione artigiana, gran cuore e prezzi modici. D'estate il viavai, le partenze, gli arrivi, i pescatori, i picnic e e giochi a carte. E i sogni. Il sogno di superare quei tre cavalloni insidiosi nel punto, sempre diverso, in cui fiume e mare si incontrano e prendere il largo, verso gli arcipelaghi, dai più vicini ai più lontani. Perché, di arcipelago in Arcipelago, di isola in isola, anche grandicella, prima o poi si arriva nelle Cicladi e infine nel Dodecanneso, poi si sbatte perché lì, comincia la terraferma, il Mediterraneo è finito, ma intanto si è percorsa tanta strada e, a quel punto, si può approfondire.
Benedetto, non potevi trovare migliore contesto, per questo viaggio, per questo racconto, per questo sogno.


La Francesca, è una forza della natura. Possiede, sicuramente, mestiere ed esperienza, anche se questo è il suo primo libro. Ma, non c'è bisogno di scrivere un libro, per acquisire mestiere ed esperienza. Esistono discipline affini che preparano sufficientemente ad affrontare platee sconosciute, domande, contrattempi, pranzi, cene, sale e salotti e conversazioni con le persone più disparate, anche se accomunate dalla passione per il mare e la navigazione. La Francesca, oltre al mestiere, è così. Estroversa ed entusiasta. E contagiosa, come l'influenza. Gesticola e fa voci. E sorride, sempre, anche quando è seria. Non glielo ha ordinato il dottore, di fare così, e neanche il marito, che non c'era, ma aveva mandato un'autorevole bodyguard, non tanto a proteggerla da rapimenti, la Francesca sa sicuramente badare a se stessa, quanto ad evitare che, così presa nel comunicare agli altri la sua gioia di vivere, di navigare, ed il suo amore per l'Egeo, perdesse la cognizione del tempo e rimanesse lì, a Bocca d'Arno, per altri due giorni almeno, invece di tornare a casa, da Pincapalla, da Paquita.
Spero che mi perdonerai, Nicola, per averti fatto assumere, in questo racconto/resoconto, il ruolo di bodyguard, d'altra parte poteva andarti peggio. Mi sei sembrato uomo di mondo, oltre che d'ironia, e la tua figura e la tua concretezza mi hanno suggerito così.






Un bel tavolo lungo e colorato, dove si parlavano tanti accenti, non solo quello toscano; c'era pure la Tri che è mittleuropea di madrelingua inglese, e poi dice che in Toscana siamo chiusi ed inospitali, ma che va per mare è diverso, è attratto dalle differenze, gni garba mescolarsi.
A volte, ci vuole un po' di coraggio. Parlo per me ovviamente, che ho sempre paura di andare incontro a delusioni, e quindi tendo a prevenire, evitando le occasioni.
Non sono rimasta delusa, dagli incontri, dalle persone, affatto, anzi tutt'altro. Persino il T. incredibilmente ciarliero,  immerso in discussioni su max prop, anodi, materiali tecnologici, volanti, stralletti, fiocchi ed "apparecchiature" per ancoraggi di prua, mi ha ringraziato, dopo, per avere insistito un po', per averlo convinto a partecipare, e ho detto tutto.
Certo, merito è stato anche di Claudio, che ci ha fatto una bella sorpresa, ad esser lì, e sembrava di esserci lasciati pochi giorni prima, a Marmaris, con lui che andava a Rodi, dal suo amico George (Grrrrr) e noi ancora più ad Est, dai Lici, dai pini di Aleppo e dalle capre arrampicate sopra.


E poi del Dimpo, che, da vero signore, ha mantenuto la sua promessa, facendoci omaggio, a me e alla Tri, di bellissimi guinzagli artistici, fatti a mano, adatti ai nostri cani che, se messi insieme, coprono tutte le taglie del mondo. E poi di Luigi e Nicla, con i quali ci siamo dati già appuntamento, tra quelle isole, e di tutti gli altri, i nomi, tutti, non me li ricordo, però, caro Benedetto, ci hai visto veramente bene, ha funzionato, sembrava di conoscerci da tempo.
E infine è stato merito di Francesca e del suo racconto. Lì, davanti a quella sala strapiena dove noi in piccionaia ci siamo dovuti portare le sedie da fuori perché quelle in dotazione erano esaurite, ecco lì


a parlare dell'Egeo, c'ero io. Più alta, senza occhiali, con i capelli lunghi, più disinvolta, con maggiore spigliatezza e proprietà di linguaggio, sicuramente. Ma c'ero io. E c'era anche il T., me lo ha detto, anche se non indossava, in quel momento i baffi. E, ci scommetto, c'erano anche Claudio e Luigi e la Nicla e, voglio sperare, anche Nicola. E forse anche qualcun altro di cui non ricordo il nome.
La Francesca, sa raccontare, perchè dà voce ai sui sentimenti e riesce ad esprimere in maniera egregia le sensazioni sue, che poi sono quelle di tutti noi che lì, in Egeo, ci siamo andati e dal quale, in un certo senso, per ora, non siamo tornati.
E quindi, anche per statistica, queste sensazioni sono vere. Una tipa accanto a me ha sussurrato, beh, se non è un portolano classico sarà una guida turistica. No cara, le ho risposto, non ci siamo proprio, è quasi una biografia, compralo, non te ne pentirai.
Se quella che parlava con la voce ero io, insieme a tanti altri, l'autore che parlava con le immagini, proiettate, come si conviene, senza alcun commento, No. Lo dimostrano gli scatti di questo post. Gli autori erano due, una bella coppia, Giovanni e L'Egeo. Niente effetti speciali. Gli occhi, l'Egeo, lo vede proprio così.
Il T. ha detto: un binomio perfetto, la scelta di vita, la navigazione, il contesto, raccontato con la voce. la sosta, il luogo, il vento, il mare, la terra, la scoperta, insomma, raccontato con gli occhi.
Credo, Francesca, che a molti avrai iniettato il tuo entusiasmo, la tua voglia di salpare, e di andare incontro a quelle sensazioni che così bene hai descritto, a braccio e forse anche un po' brilla, ma in vino veritas, quindi va bene così e che a molti tu abbia fatto venir voglia di saltare quei tre cavalloni che si formano dove il fiume incontra il mare, e di girare, in fondo, a sinistra.


mercoledì 25 marzo 2015

il mio Oceano

òquesta non é una storia di barche, non é una storia di marinai, non é una storia di mozzi. Non é una storia. é un pensiero, di una che sì, un po' marinaia lo é, se non altro ad honoris causa, avendo dedicato al mare, e alla barca a vela, tutti i suoi giorni di vacanza, da quando aveva 15 anni. Persino il viaggio di nozze si é svolto in barca, alla ricerca di una Ponza ottobrina, meta alquanto esotica, in certe circostanze.
In oceano, non ho mai navigato. L'ho visto, questo sì, in due momenti, rare eccezioni della consuetudine che ho appena descritto, ma non ci ho mai navigato, pur essendoci andata vicino, da ragazzina, quando pregai lo zio di portarmi con sé, e lo zio disse dapprima si, poi no, qualcuno lo doveva avere convinto. Vinse qualcuno, e non andai. Ero adiratissima. Ho letto tante avventure, ammirato tante fotografie, ora poi che ci sono questi attrezzi, i social, mi passano davanti treni di immagini allettanti, estati infinite, atolli, palme, barriere coralline, porti coloratissimi, animali sconosciuti. Certo, sarebbe bello, penso immaginando l'onda lunga, le albe ed i tramonti,  ed i turni di tre ore ciascuno, i ritmi del sonno-veglia, buongiorno, buonanotte e le poche ma intense parole che ci si potrebbe scambiare, noidue, nei rari momenti dello stare insieme. Per giorni.
E la pazienza. Ce ne vuole molta. Perché se non c'é vento, il motore non lo accendi, considerando che, dietro, il distributore, non c'é. Ma di pazienza so armarmi. me lo ha insegnato il mi' babbo, dopo che io l'ho aiutato  ad imparare come stringere il vento. e magari, nella traversata, non cé neppure verdura, o vino fresco. ma anche qui, si sa come fare. ce lo hanno insegnato tante barche spartane, perché i denari non erano abbastanza per poter acquistare le comoditá.e se arriva la tempesta??? si, lo potrebbe, ma ora, con tutti questi modelli matematici, e, nella stagione giusta, le sorprese son poche, ben più difficile una previsione nel nostro capriccioso mediterraneo, di un aliseo portante. e di qualche tempesta, la memoria si é irrobustita, insegnandoci, anche lei, molto, per primo, non andarsela a cercare.E allora??? domani, dai, andate. gli amici vi invitano. No. l'Oceano, per me, non é una villeggiatura. é l'Oceano e basta. Una scelta di vita.una vacanza, nel vero senso del termine, un buco in mezzo ai giorni che corrono, da riempire con una vita completamente diversa da quella ordinaria, con i suoi problemi e le sue soddisfazioni. Primitive, animali, e forse per questo, più facilmente affrontabili.
ed é quello, che da qualche anno, mi sta offrendo l'Egeo, il mio Oceano di ora. tre mesi, non di più, perché, a casa, ci sono troppi amori. quando non ci saranno più, e, se ci sarò anche io, chissá, Oceano. Ci incontreremo. E forse, non tornerò più indietro

domenica 1 febbraio 2015

Il T. ri'orda (io ero alle medie). I significati di un progetto.

jIl T. ri'orda : 
Volevo prendere la patente nautica, il gommone e le lancettine di 5 e 6 metri non mi bastavano più. La barca a vela sarebbe stata il mio futuro, progettavo.
Non ero mai stato su una barca a vela "seria". Almeno una volta ci dovevo andare, prima di mettere mano ai libri, magari non mi sarebbe piaciuto, e allora tanto sforzo per nulla, no, bisognava andare sul sicuro. Quindi andai in cerca di un imbarco, possibilmente economico. 
In quegli anni, sulle coste toscane, girottolava un tipo bizzarro, su una barca di ferrocemento, autocostruita.
La lunghezza non la ricordo bene, ma,  intorno ai 37 piedi. 
Il nome lo ricordo, ma, si potrá dire? 
Il motore era entrobordo, ma, raffreddato ad aria. 
Tutto sommato funzionava, il motore, intendo, ma, per raffreddarsi lui, riscaldava l'equipaggio in pozzetto. Menomale che non era agosto.
Era uno sloop, non mi ricordo l'opera viva, ma, doveva essere a chiglia lunga. 
La stazza anche quella...... un vuoto di memoria, ma sicuramente, doveva essere assai cospicua. 
Un mattone galleggiante.

La barca, "Notevole" apparizione,  era ormeggiata nei canali di Livorno. Quartiere Venezia, il nome la dice tutta.  Scenario suggestivo, ma, le zanzare parevano elicotteri ed erano armate.
Salimmo in cinque. 
Abituato, in mare,  a dividere gli angusti spazi al massimo in due, mi salì un po' di preoccupazione, ma, mi parevano tutte persone per bene, eppoi avevo bisogno di frequentazione.
Uno di loro era un astronomo di Arcetri. Provò ad insegnarmi i rudimenti della navigazione astronomica. Affascinante, ma assai complessa; qualcosa capii, e me lo ricordo ancora.
Poi il Persiano era molto particolare. Il primo venuto da Oriente che abbia frequentato. Gni garbava il vino, tanto e bono. Il comandante decise che lui doveva essere addetto al mezzo marinaio, spiegandogliene le funzioni. Ma lui non aveva capito bene, o forse la spiega non era stata chiara. Insomma, tutte le volte che sarebbe servito, al Comandante toccava richiamarlo ai suoi doveri.  Poi all'esimo richiamo, pensò di aver capito, e si sorprese molto quando, a Livorno, vicino ad un ormeggio con un Portacontainer nel mezzo, il capitano non lo coinvolse, ma poi capì, perché in fondo, era intelligente.
Il capitano era ameno e la coppia era una coppia. 
Allora si va all'Elba, comanda il Comandante, ed Elba sia.
Che boline!!!!! insomma, la barca era piegatissima, faceva la spuma dietro, i baffi davanti,  viaggiava alla grande, e noi si era tutti gasati. Ma, ahimé, non trattavasi di bolina, bensì di traverso.
Nonstringevaunasega. 
Però ci divertivamo un monte. Dopo qualche ora che, bordeggiando e virando in maniera esemplare, in sincrono, come un equipaggio regatante sapientemente diretto,  Ma, si era sempre lì, bagnati e felici, Il Comandante decise:" beh, ora andiamo all'Elba, se no si fa notte fonda". E mise motore, quello che faceva caldo. E fu la mia prima, bellissima,  notte in mare.
Ora dico due parole io, P.:
E mentre il T. girava l'arcipelago,  felice e sgarzullino, con il mattone galleggiante e sbolinando di traverso, io e babbo facevamo il giro dell'Elba con una nocina di tre metri e mezzo, di nome Otaria, e forse ci siamo incrociati, chissá, ero distratta da Averroé, il mio fiocco, che stringeva alla grande ma mi faceva sempre fare il bagno. Come in tutte le derive, del resto.
Ritorna il T. " Ma io al "Notevole One" (oddio l'ho detto)  Voglio sempre bene, e al suo comandante,  Lelio, e all'equipaggio tutto, mi hanno aperto nuovi orizzonti".
E pure io, che il Notevole ed il Lelio li ho incrociati, poi, da ragazza, ed il T. non era neanche nell'anticamera del mio cervello, chissà dove sgarzullava, Lui, quando li ho incrociati, loro.
Poi nel suo racconto il T. aggiunge che il Notevole, nell'astronomo e nel Persiano, aveva generato un'idea, un progetto: una barca in ferrocemento autocostruita, di trentacinque metri, dove i letti eran letti, le cucine le cucine, i lavandini i lavandini, i bidet i bidet. Un progetto chiaro, e sicuramente molto ardito. Fecero un gruppo, una coop, e cominciarono, a Lastra a Signa, in un cementificio tra i campi e i canali di bonifica. Intorno a quel cementificio per anni ci sono state, ce lo immaginiamo, libagioni e baccanali, in mezzo a betoniere, sacchi di sabbia, tondini e bidet e cucine ariston e lavandini Dolomite o cos'altro. E flessibili e Fiamme ossidriche e strumenti per saldare e metri e matite e penne e rotoli di carta mmillimetrata.Fino a qualche anno fa Essi erano ancora lì, a costruire il loro progetto. Ora non sappiamo. Ci auguriamo che il loro progetto adesso navighi pesantemente un qualche mare, ma se questo non fosse, non importa. A volte un progetto conta per quello che é, perché ci si diverte a realizzarlo. E stare insieme. E questo conta.
Un doveroso Post Scriptum: il progettista era l'arch. Foschi ( il T. travestito da broker inglese) lo dá ad una quota mooolto bassa). Ma era contrario.

domenica 25 gennaio 2015

sono andata a teatro, finalmente, dopo tanto. e si parlava di due che andavano per mare, quindi va bene


Antefatto
Un giorno, recente, una tipa, geologa, dopo aver letto una cosa su un blog che parlava di esperienze di viaggio velico, in quel momento in mezzo all'Egeo, curato da un tipo, geologo anche lui, gli scrisse, esortandolo a buttare nel cestino quella educativa e divertente laurea, e dedicarsi in alternativa, al teatro, bisognoso di brillanti, giovani autori. Il tipo le rispose che sul primo punto non c'erano dubbi. Sul secondo invece glissò, portando come motivazione il fatto che odiava il teatro. 
Erano cinque, sei mesi fa. E la tipa ed il tipo, anche lui con una tipa, ma anche la tipa era con un tipo (le tipe son tutte tope, non aggiunge nulla alla narrazione, ma é un'informazione) insomma,  entrambe le coppie sfarfallavano con barchine di simile stazza a poche miglia di distanza senza mai, (volutamente?) incontrarsi e comunicavano fraternamente con i mezzi odierni. Ma il teatro era stato escluso. senza discussione. Amen.
Qualche mese più avanti il tipo geologo (devo precisare perché nelle righe precedenti i tipi e le tipe si moltiplicano) scrive alla tipa geologa, sotto dovuta inchiesta, che sì, lui odia il teatro, ma la motivazione é un po' debole, pensa la tipa, quindi si possono fare eccezioni, pensa il tipo, anzi, ci ha giâ pensato, ci si é provato, quindi si comincia.

Il fatto

il fatto, nel linguaggio moderno, si chiama "evento". Micojoni. Il linguaggio moderno, a volte, mi confonde. Per me un evento é una cosa che capita ogni 100 o più anni, e comunque, é cosa rara e ragguardevole. Ora vengono organizzati Eventi ogni minuto. É chiaro che la parola perde un po' di significato. Per il tipo geologo e la tipa che veleggia con lui (Mica solo lì, anche altrove, un veleggiamento strutturato, non occasionale) é comunque un evento, quindi va bene. Le parole hanno un significato relativo. Per loro é un evento, capito?????? Quindi anche per me, che voglio loro bene, così, a pelle. La pelle conta. E mi sembra vedendo il film, che la pelle abbia viaggiato, abbia contato, insomma. Tante persone, che condividevano la pelle, erano presenti. Altre condividevano cose più approfondite, la banchina, le serate insieme, l'amicizia, le prese per il sedere. Ma la pelle é coriacea. Va oltre. w la pelle.
ma dalla pelle non mi devo far confondere, ora, devo essere obiettiva (ahah, non ho mica un editore!!!! faccio quello che mi pare).

Mi sono divertita. Gli interpreti sono stati bravi. lo sfondo era da Presepe (non l'ho notato io per prima, ma sottoscrivo), ma ci stava. Il Peris accanto alla sua Signora, migliora molto, ha persino tirato fuori un po' di voce, ed il microfono é un palliativo, non conta. ma questo é normale. Le Signore sono atti unici, molto piû di quelli teatrali.. Sicuramente guardare persone amiche, mentre si esterna, aiuta. Si esterna, non Si recita. Quelle cose sono veramente accadute, nel momento, nel cuore, nella mente. E forse sono accadute un po' diversamente, meno tragicamente, ma insomma, un punto di veritá c'é sempre e comunque,  dalla veritá nasce l'immaginazione. É importante la veritá, ed è importante l'immaginazione che ne consegue. Non sto dicendo che Manuela e Carlo raccontano cose immaginate, non lo posso sapere, credo di no, anzi.  Sto dicendo che rendono "una favola" la quotidianità temporanea  di tutti noi che per qualche mese all'anno, viviamo la loro stessa vita, apprezzandola moltissimo, e nella quale, almeno io ed il T. ci riconosciamo. Dubbi, paure, tentativi, prove. grandi soddisfazioni quando l'obiettivo é raggiunto. ed ogni obiettivo é un'impresa, anche se prima di noi, oppure altrove, in altri mari forse più perigliosi, qualcun altro ha fatto di più. Non é una gara. É la nostra vita. devo aggiungere un doveroso commento per il montaggio. positivo . la sintesi é perfetta.
EPILOGO
La Manuela ed il Peris sono dei ganzi.Non so se dietro a tutto questo c'é del marketing, del busco, insomma. Non mi interessa. Anche se fosse sarebbe guadagnato. Sono dei ganzi perché hanno trovato il modo di far durare il loro piacere più a lungo. Ed é questo che conta.


  

sabato 29 novembre 2014

Ho letto un libro. "Rotta verso l'Egeo" di Francesca Carignani



La prima passata é stata uno spilluzzichio, come quando mangi un tarallo, un pezzetto di parmigiano, assaggi come ti sono venuti i carciofi, e nel mentre fai altre cose che reputi più urgenti.
Tanto dici: " molti di questi posti li conosco già, e poi il blog son tre anni che lo leggo, il libro dirà più o meno le stesse cose". E così , tornavo la sera e, prima di mettermi a cucinare, leggevo un luogo, un tratto di mare, perché non ci sono capitoli, lì ci sono luoghi, tratti di mare, della geografia e dell'anima. Leggevo ad alta voce al T. un passaggio, un pensiero, e lui, stupito:" ma....c'è scritto così!!!! le stesse parole che ho usato io, le stesse impressioni, le stesse conversazioni tra noi due". È bello sentirsi in buona compagnia. 
Sulle sensazioni sono di parte, lo ammetto, perché ho letto frammenti di questi scritti nel 2011 (o 2012?? boh, tutto scorre) uno, due mesi prima di partire per Creta e la Turchia  con Acquacheta, 34 piedi, il T. e Greta, il mozzo quattrozampe. Ero terrorizzata e chiedevo lumi sui forum dedicati con domande tipo: non abbiamo un fiocco, la randa ha solo due mani, é però settembre. Ce la possiamo fare??? E giù consigli terroristici, tipo, no, se non siete mai stati in Egeo passate da Corinto, state alti, il fiocco è indispensabile, etc, etc.
Ho letto Francesca e mi è passato tutto, tanto era il suo entusiasmo, la sua passione per quel mare, quei luoghi. Ho avuto ragione (sul fiocco non c'è dibattito, comunque).
E questo entusiasmo è trasmesso egregiamente anche nel libro, un ottimo motore per gli indecisi. Mi rammarica solo il pensiero che, dopo questo libro, ci sarà un certo affollamento, lì. Sono talvolta snob, ma poi ragiono. Il bello deve essere per chi lo cerca, più persone amano il bello, se lo conquistano, e meglio va avanti il mondo. Ce ne è bisogno.
Poi, la seconda passata, più sistematica, perché sarà anche raccontato, ma è un portolano, e quindi volevo coglierne anche questo aspetto. Sono cresciuta con i portolani di Mancini, che hanno accompagnato le nostre prime timide incursioni fuori porta, ovvero Capraia, Giglio, Corsica, quando c'erano "quelli della notte" e aspettavo l'ora fatidica per accendere un televisore omega in bianco e nero e fare a turno con la mia compagna di casa per reggerne l'antenna, perché  altrimenti non si vedeva nulla. Mancini, quei posti lì, li aveva esplorati e riesplorati, con barche a vela di piccole dimensioni e poco pescaggio, e li aveva restituiti su carta, con entusiasmo e passione, disegni accurati, informazioni preziosissime, per quei luoghi, quegli anfratti, allora, sconosciuti ai più. Ho rivisto nei disegni di Giovanni quelle geometrie, quella passione, quell'amore per il particolare, che poi sarà anche un particolare, ma essenziale quando devi ancorare con più di trenta nodi di vento, e, nonostante quello che si dice sui capricci del meltemi, quest'anno, io più di trenta nodi li ho trovati spesso, all'ancoraggio. Persecuzione??
Nella noce di vetroresina di sette metri che faceva il giro della Corsica con babbo, mamma, cane a bordo, la sera divoravo le pagine del Mancini, per sapere cosa ci sarebbe stato un po' più in là, da dove sarebbero venute le raffiche, dove avremmo trovato i bassi fondali e dove le macchie di sabbia sacrosante, leggevo le descrizioni dei luoghi e facevo un viaggio nel viaggio; anticipando, raddoppiavo il piacere, insomma. I posti che descrivono Francesca e Giovanni, ognuno con "il suo", anche se già visti.... vien voglia di ritornarci. Per non parlare di quel lato buio della luna che é il sud di Creta, per noi sconosciuto, a partire da quel luogo che, con estrema franchezza, Francesca descrive, e sottoscrivo, come il più bel posto che ha visto e forse mai vedrà, (O Granvousa) fino a Ierapetra. Credo, vorrei, un giorno divorare le pagine del libro, in barca, dove egli avrà la sua giusta dimora in pianta stabile, facendo un viaggio nel viaggio, anticipando di due, tre, 7 giorni le mete di Creta Sud e le isole, quelle dove negli anni 70 i miei amici architetti si facevano portare dai pescatori, per sperimentare tecniche rudimentali per desalinizzare l'acqua del mare.
Il libro m'è garbato, s'é capito????? Francesca, continua.

giovedì 28 agosto 2014

Pignataro, seconda parte, quando lo abbiamo amato

Lipari, la punta di Canneto

La storia continua, ce l'ho in mente tutta e devo fare presto, scrivo come mangio, cioè poco ed in fretta, non so perchè, sembra sempre che ci sia qulcuno che mi insegua.
Portavamo Acquacheta in Grecia. Era un giugno temporalesco e tra una giornata gonfia di nubi e pioggia e l'altra, partivano due giorni di maestrale ghiacciato. Da marina di Pisa alle Eolie, due doverose tappe, Elba e Ventotene. all'Elba, dove andiamo a trovare mamma, e giá lì il motore ci fa uno scherzetto. Non conoscevamo ancora Acquacheta, anche se l'avevamo vista costruire, e men che meno il suo Volvo 30 cv. 
Ci troviamo in panne all'ancora nella rada di Portoferraio. Il meccanico sentenzia che é colpa della girante (!), e delle batterie,  non ci convince affatto ma  risolve, si riparte. 
A Ventotene imbarchiamo un amico e arriviamo a Salina. Dopo una giornata balneare a Pollara, dove però il vento veniva da nord, decidiamo di passare la notte in prossimità dell'imboccatura del porto dell'isola. 
La mattina il motore di nuovo non riparte, e tra le altre cose comincia a levarsi mare, perchè siamo nel canale tra Salina e Lipari.
Mentre gli uomini cercano di mettere in moto - ricordo manovre strane con il motore aperto e facendo girare il motore a mano, non dico come, con sottofondo di imprecazioni irripetibili - consulto la rete in cerca di un meccanico Volvo a Lipari. 
Esiste.
"NOOOOOO io a Lipari non ci vado, piuttosto salpo a vela per Milazzo" urla il T. Rex, e sembrava che la sua voce venisse dagli inferi, sia perchè veniva dal basso, sia perchè era disperata, sia perchè era affaticata dagli sforzi della messa in moto. E come non dagli torto, ripensando all'esperienza di anni prima, con il meccanico, a Pignataro.
Poi mi viene in mente una persona "influente" che conosciamo, a Lipari, parente di una amica di mamma, e rapidamente, rintracciato il numero, mentre si sente il rombo del motore che parte e le urla di gioia maschili, chiamo J.

J. lo avevamo incontrato per la prima volta molto tempo addietro quando, dopo aver visitato Ustica, la bellissima costa settentrionale della Sicilia, le Egadi e le Eolie, da Alicudi a Salina, avevamo deciso di fare tappa a Lipari per poi risalire verso il mare nostro. Ancora non eravamo stati a Pignataro, non è stato quello l'anno dell'avaria al motore di Landicchia, successe l'anno dopo.
Quasi tutte le sere telefonavo a casa, ai miei genitori e quando seppero che stavamo navigando verso Lipari, mamma mi suggerì di chiamare e andare a trovare una sua amica carissima, anche a me molto cara, che era appunto, in vacanza lì, a casa del cognato.
Quindi chiamo M. amica di mamma.
Miiiiiiiiiiii Alessandra, vieni vieni, noi siamo a Canneto, ma tu ti puoi fermare a Pignataro e poi ti veniamo a prendere. No, aspetta, che dici che dici???? ti passo mio cognato, senti lui, che mi parla e non capisco nulla, e mi passa J.
Già dal timbro di voce e dalla cadenza, italiano perfetto con quella sfumatura signorile che caratterizza i siciliani che hanno studiato molto (Camilleri, paro paro),  capisco che J. deve essere un tipo quanto meno originale; mi indica, descrivendola minuziosamente come se avesse una carta nautica davanti agli occhi, l’esatta rotta per Canneto, noi venivamo da Vulcano, Gelso, e letteralmente mi comanda di acchiappare la boa rossa di famiglia, davanti alla spiaggia, spiegandomi esattamente come fare a distinguerla dalle altre boe, poi mi dice di non preoccuparmi se ci perdiamo perché tanto non ci perderemo perché tanto ci sarà lui a guidarci dal terrazzo con la voce amplificata da un megafono (!)
E infatti, indicazioni perfette. Passiamo davanti alle varie marine di Lipari, scapoliamo la punta di Pignataro, e ci troviamo davanti la lunga spiaggia sassosa di Canneto. Ombrelloni e tanta gente, una fila di ville e villette, motoscafini e gommoni attaccati alle boe, bagnanti chiassosi, un prato verde sui sassi, che sará? Dove è la boa di famiglia, confusa in mezzo a tutto questo movimento???? Una voce sicura e rassicurante proviene dalla spiaggia, anzi, da una terrazza sulla spiaggia, artificiale, sembra proprio che provenga da un megafono: "Voi di Landicchia, vi vedo, a dritta, a dritta, piano, la boa é quella rossa, libera tra il gommone ed il gozzo, si, così va bene, adesso, adesso, mezzomarinaio pronto, ah, presa, bravi, adesso arrivo". Stupendo, non ho più vissuto da allora un ormeggio così guidato, e personalizzato. Che accoglienza, a Canneto. J. era proprio come me lo ero immaginato, un affascinante gentiluomo siciliano, educato, che ti"metteva la casa in capo", e la sua era bellissima, di casa: un portico, un giardino profumato, e poi, figlie, cognati, nipoti, cani, amici, sorelle, un viavai insomma. "j. ho portato i cannoli, non sono proprio quelli che fa mammà, però questa pasticceria ci va vicina.". " J. ti sei arricurdato di SalVo che deve prendere la medicina, io non mi fido, controlla perfavore." Poi c'era qualcuno che arrivava e salutava appena, e poi andava a prendersi un giornale messo da una parte, si metteva a sedere e cominciava a leggerlo. "è un giornalista dell'Espresso, fa sempre cosi, è in vacanza e non gli va di fare conversazione, si limita al minimo" diceva M. l'amica mia e di Mamma, come per scusarsi , lei, che non c 'entrava nulla. "Ma M. fa benissimo, a me che me ne importa???? Siamo tutti in vacanza, ed ognuno deve essere a proprio agio". "si si Alessandra, qui si sta bene proprio perchè si fa come ci pare ahhhhh Ciao Laura, sei stata ammare??  Era calda l'acqua, si, domattina vengo pure io....."
Il megafono aveva un suo perchè. J. ci raccontò infatti che lui era giudice di una famosa regata, che dal centro italia (Ponza???? potrebbe essere) arrivava a Lipari, e tornava indietro, e proprio davanti a Canneto posizionavano la boa e lui doveva controllare tutte le barche in arrivo, la regolarità insomma delle manovre.
Anche quelli che sembravano dei prati verdi sulla spiaggia, avevano una motivazione. J. che era un grande narratore, ci spiegò infatti che da quando era andato in pensione, per rendersi utile alla comunità, faceva il bagnino, naturalmente gratuitamente da signore quale era, a tutta la spiaggia. Oltre alle normali mansioni richieste ad un bagnino, come alle sei di mattina, pulire la spiaggia, aprire gli ombrelloni, sistemare i lettini, lavori, questi, che forse faceva in "affiancamento" al vero bagnino, ci metteva del suo, e stendeva rotoli di moquette verde, soprattutto in corrispondenza di quegli ombrelloni di grande pregio e rilevanza che, lui sapeva, erano abitati durante il giorno dalle "signore" non più giovanissime, tra cui le cognate, ma non solo, per le quali un tappeto sui massi roventi, che le conducesse ammare, sarebbe stato un sollievo graditissimo, e le avrebbe incoraggiate a fare una nuotata in più, cosa questa reputata da lui,  a ragione, molto salutare.
E le signore, eccome se nuotavano! insomma, stavano in acqua.  ricordo al risveglio, in barca, la mattina dopo, di aver sentito degli strani rumori provenire da molto vicino, come un canto, anzi, una litania. Erano queste le Signore che alle sette di mattina, incoraggiate dai green carpets stesi apposta per loro, si buttavano in quelle acque calde, calme e cristalline, con le loro cuffie di plastica e le applicazioni floreali (stupende, credo non esistano più, ma anche allora erano rare) e, stando a mollo dove non si tocca, con la testa bene fuori dall'acqua,  chiacchieravano per ore di tutto e di più, sempre dei fatti loro, o di qualche parente, o di qualche conoscente comune, muovendo ogni tanto un braccio, un piede, una gamba, quanto bastava per, con il minimo della fatica (i polmoni per chiacchierare dovevano essere preservati) tenersi a galla. Come facessero senza intirizzirsi, per me rimane un mistero, l'unica cosa che mi viene in mente é che tutto quel parlare ed ascoltare doveva essere, da un punto della fisica, lavoro, e quindi sviluppare calore. mah.
Questa cosa di Canneto avvenne tanti anni prima di questa storia, ma ci voleva per inquadrare J. eppoi mi ha fatto un piacere enorme ricordarla e trasmetterla.
Insomma, col motore ripartito per miracolo, nel canale tra Salina e Lipari, chiamo al telefono J.
"Cara, come stai??? e tuo marito??? e la mamma???" Si va poi al dunque e spiego il nostro problema, aggiungendo che il T. ha deciso di andare a Milazzo a cercare un meccanico, a seguito dell'esperienza traumatica di Lipari di qualche anno prima.
"noooooo non fate tutta quella strada, a Lipari c'è un meraviglioso meccanico, Malinconico (adesso lo chiamo così, non è il suo vero nome, e non vorrei che lo fosse, comunque me lo sono scordato). Andate a Pignataro, e mettetevi nei pontili gestiti dal Comandante xxxx, poi a lui chiedete di Malinconico, ve lo chiamerà sicuramente, e comunque stasera passo io, non vi preoccupate."
Andiamo, quindi, per la seconda volta in vita nostra, nell'odiato Pignataro. Sbagliamo, ovviamente, pontile, perchè, negli anni, Pignataro ha messo pontili galleggianti ovunque, con corpi morti, gestiti da societá diverse, però il T. non aveva spento prudentemente il motore, quindi ci spostiamo.
Sempre con il motore acceso, scendo a terra e chiedo del comandante xxxxx che però è a Bastia, me lo chiamano sul telefono, lui risponde che questo Malinconico non lo conosce. 
Il motore è sempre acceso, e sul pontile di fronte a noi è ormeggiato una bellissima lancia a motore, tutti i legni lucidati, a bordo un tipo con una maglietta raffigurante un paio di corna di bufalo.
Noi siamo sconsolati, e ricerchiamo, sempre con il motore acceso, il numero del meccanico Volvo precedentemente indivuduato.
"Malinconico, si, è famoso, ma sarà ormai in pensione" dice il tipo con le corna stampate, accento napoletano ed erre moscia, una bella presentazione, non c'è dubbio. Tra lui e j. quanto ad espressività, sembrava di stare al Gran Varietà, divertente, in quei momenti di sconforto.
Però il nome del meccanico volvo lo conosceva eccome, ci dice che è un tipo serio, il T. rassicurato, spenge il motore perchè o l'uno  o l'altro, lo rimetteranno in moto. Temporeggiamo comunque,, in attesa di J. e del suo famoso Malinconico. Passano le ore, ceniamo, offriamo ad M. e alle sue corna e ai numerosi amici che nel frattempo lo hanno raggiunto, un assaggio delle nostre melanzane in caponata e zucchine ripiene. Beviamo tutti e siamo molto allegri. Molto sul tardi, si ode una voce profonda provenire dal pontile "buona sera acquacheta". Un elegantissimo J. di bianco vestito, che neanche Lord Nelson ci sorride appoggiandosi al pulpito di poppa, e, su nostro invito, sale a bordo. Come eri bello j. voglio ricordarti così.
E da lì in poi, per ore ed ore, nella notte stellata, quante meravigliose storie di mare e di meccanici, bagnate da un buon vino, ci ha raccontato, perchè lui era un vero narratore. Vere, false, mezzo e mezzo, non importa, erano tutte bellissime. Di quella volta poi, che il Malinconico salvò dalla rottamazione il motore della nobile coppia svedese, che doveva tornare a casa, stendendo un lenzuolo candido sul molo e smontando pezzo pezzo il defunto, lui poveretto, che era stato chiamato, per l'appunto da j. nel cuor della notte, con un artefizio:" Malincó qua ci sono due famosissimi direttori d'orchestra, con il motore in panne" Bastardo J. .Il Malinconico, dopo i motori, amava la musica classica. Il racconto  di j. prosegue:
"Il tutto si concluse alle sei di mattina, a motore rimontato e funzionante, con una cena a base di cernia al ristorante preventivamente allertato, da Me naturalmente, che avevo fatto solo il tifo."
Nel fabulare, J. colse anche l'occasione an passant, di spiegarci il motivo per cui si era presentato da solo. semplice, aveva quel giorno stesso appreso che Malinconico era morto da due anni.
Gelo.
Superiamo, Pignataro è bello, con questa compagnia, tiremm'innanzi, ce la faremo.
la mattina dopo telefoniamo al meccanico Volvo. Arriva, stranamente, subito. Capiamo il perchè, basta guardarlo. Il giovanotto sembra infatti una mummia, da quanto è fasciato ed ingessato, essendosi schiantato, come ci racconta, sul brecciolino con la motocicletta.
Rigelo.
Un pensiero comune, mio e del T. Come farà ad entrare nel motore così conciato?????
eh, ci hanno voluto bene. Il giovanotto sapeva il fatto suo, come ci aveva anticipato M. e coordina, seduto in dinette, con l'occhio vigile, le operazioni del suo giovane e scattante aiutante. Trova il problema. ci convince, ordina al volo un pezzo dal fornitore in continente con il quale aveva in ballo un altro ordine. Dopodomani arriva, montiamo tutto e potete andar via, ci dice sorridendo, perchè si, lui era tutto fasciato, ma il viso era intonso, gli occhi ed il sorriso bellissimi, come solo alcuni siciliani....

E questa attesa del pezzo dal continente è stata la più bella attesa per lavori della nostra esperienza nautica, grazie ad M. con le corna stampate sulla t. shirt, al suo equipaggio di pescatori-cuochi, ai suoi amici liparioti, ai fiumi di vino che venivano distribuiti su quella splendida pilotina, che, apprendemmo, doveva essere una barca dedicata ai noleggi, gite giornaliere, con bella musica e buona cucina, ma M. se ne fotteva, era bene o male lavoro, mentre con noi si sentiva se stesso e rinunciava volentieri a qualche guadagno, pur di essere rilassato ed in buona compagnia.
Ecco, è questa la Pignataro che mi voglio ricordare. 
Grazie M.
Grazie J.
Non vi scorderemo