Quell'anno decidemmo di passare le tre settimane e mezzo estive in cui Landicchia era a nostra disposizione, alle isole Eolie. In realtá si trattava di una replica perchè le Eolie le avevamo scorazzate in lungo ed in largo, compresa Alicudi e gli scoglietti satelliti, l'anno prima, ed eravamo stati benissimo. Il sud dell'Italia si confaceva al nostro carattere e la navigazione cominciava a farsi interessante da Ventotene in giù, direi quasi esotica, per noi da anni avvezzi all'efficienza della Corsica, allo snobismo del nord della Sardegna, alla cialtroneria mascherata da organizzazione degli abitanti dell'arcipelago toscano, la nostra dimora abituale.
Non che tutti questi luoghi ci ripugnassero, tutt'altro, ma cercavamo atmosfere diverse, ed il gran caos, affatto mascherato, che regnava appunto, da Ventotene in giù, in quel momento ci affascinava.
Uno dei nostri soci aveva ormeggiato, a fine crociera, la barca al porto di Maratea, ed i nostri cari amici T. e U. ci proposero di accompagnarci con la loro barca, un 37 piedi, fino a lì, per poi proseguire insieme fino alle isole siciliane. L'Invito era allettante, accettammo. A bordo di Zoe, in partenza da Livorno, erano presenti quindi un capitano, un ammiraglio, due marinai, ospiti, e due mozzi a pelo lungo, della stazza di 50 kg cad, entrambi appartenenti alla razza Terranova. Uno era il mozzo di Zoe, l'altro di Landicchia.
in Capraia (tra noi che ci si andava per tutto l'anno una domenica si ed una no si usava dire così, e non "a Capraia"), cala Botte , fu subito chiaro chi dei due mozzi comandava: la cosa fu risolta in un batter di ciglia, al momento in cui i due mozzi scesero contemporaneamente dallo stesso tender sulla spiaggetta, ebbri di gioia, nella prospettiva di poter essere finalmente per un'oretta, loro stessi, cioè cani. Zelda, equipaggio armatoriale, provò a scattare per prima sull'agognato suolo di sassi, Ubu, equipaggio ospite, ma più anziana, emise un sordo, ma distinto "grr" . Zelda la fece scendere per prima, dandole così l'opportunità di annunciare a tutti gli abitanti della macchia locale che lei era arrivata e la questione finì lì. Durante tutta la crociera non ci fu uno screzio tra le due che corsero, giocarono, nuotarono, pescarono, dormirono (nel periodo di convivenza sulla stessa barca) sempre insieme.
Certo, a bordo di Zoe qualche difficoltà c'era a muoversi, sottocoperta, dal momento che i mozzi, quando riposavano dalle fatiche che i duri incarichi impartiti comportavano loro, coprivano la metà della superficie del pagliolato; però eran trasparenti, ti davano l'impressione, con la loro seraficità e tranquillità, anche di bolina o con scafo rullante, che li potevi persino calpestare, e non avrebbero sentito nulla.
Il Terranova in barca è veramente uno spettacolo. Non è solo l'acqua, il suo elemento, ma anche quello che gli gira intorno.Si vede che è a suo agio. Si butta in mare, ti nuota accanto senza graffiarti, con i suoi polpastrelloni pinnuti e morbidi ti accarezza tranquillo; affascinava vedere il pelo lungo e folto che risale, come una nuvola, sulla superficie liquida.
E uscire dall'acqua, tirarsi su con un piccolo aiuto sul tender e poi in barca, diventa, anche se si pesa mezzo quintale, un gesto atletico che ha strappato più di un "bravo" da equipaggi limitrofi, in tutto il tirreno e ionio.
Ritorniamo al tema. Era quello un anno particolare, prima avvisaglia di un certo cambiamento climatico che sembra( nonostante io sia una di quelle che pensa che infondo le statistiche si debbano fare sulle misure e che quindi, per parlare di clima di misure ce ne vogliono moltissime e per lassi di tempo centenari), oramai un fatto conclamato.L'estate era tardivamente scoppiata a fine luglio, dopo piogge e temperature autunnali. La natura fa le cose per bene, e quindi aveva protetto il mozzo dal freddo lasciandogli addosso tutta la folta pelliccia invernale. Arriviamo a Maratea e saliamo su Landicchia. siamo a latitudini minori e contemporaneamente arriva la vera estate. La natura quindi, protegge di nuovo l'amato mozzo, liberandolo, in tempi rapidissimi, della coperta che fino a quel momento era stata utile, ma che rischiava, nei giorni a venire, di diventare letale.
Landicchia era diventata una barca impercorribile e, noi due bipedi, degli esseri simili all'uomo e alla donna primitivi. Meno male che facevamo il bagno e quindi, per un pochino, si tornava riconoscibili. Naturalmente non avevamo aspirapolveri, ma uno scopettino, una paletta, una spazzola, un pennello, quest'ultimo indispensabile per mettere in sicurezza gli ombrinali del pozzetto, a costante rischio di intasamento, fatto, questo, pericolosissimo.
Arrivati alla disperazione, un giorno, nella bellissima rada di Pollara a Salina, il capitano decide di sacrificare l'unico pettine a bordo e sotto il mio sguardo truce- all'epoca i miei indomiti capelli ricci erano lunghi fino alle spalle ed il pettine mi era indispensabile per districarli con 1 kg di olio quando erano bagnati- decide di velocizzare il processo di naturale depilazione del mozzo in un sol colpo. Dopo un lavoro di circa due ore avevamo fatto una matassa compatta grande come tre cuscini insieme.
"è biodegradabile, vero?" chiede il capitano
"sisi, cibo per i pesci"
e così la "cosa" venne buttata nella trasparente acqua di Pollara.
Non c'erano pesci.
Oppure, se c'erano, non avevano capito nulla.
L'enorme massa nera galleggia che è un piacere, e, lentamente, sospinta da uno scirocco sfiatato, si avvia in direzione dell'isolotto e dei faraglioni.
La guardiamo imbarazzati, tra l'altro non siamo soli, in quella rada, anzi, c'è un certo affollamento.
In quel mentre, arriva una barca a vela, baldanzosa, in cerca di un buon posto per buttare l'ancora. Ci sarebbe un posto sulla nostra prua, ma, diciamoci la verità, è un po' strettino.
Di colpo, avvistata la nuova isola, non segnata sulle carte, la barca Si ferma. Non c'è vento, non c'è corrente. Anche l'isola è ferma, a poca distanza dalla nostra catena, e galleggia sorniona. Qualcuno, a bordo della ex baldanzosa, prende in mano un binocolo, e studia la situazione. Ci sta un po', a studiare. Poi decide che è meglio non rischiare e invece di ormeggiare sulla nostra prua, torna indietro e si ormeggia a poppa, ben distante, su un fondale molto più alto.
Auguro a tutti di poter costruirsi, in un qualche modo, una novella isola Ferdinandea, che dura solo un giorno e che, fatto il suo dovere di deterrente (quando ce n'è bisogno ed ormeggiarsi un po' più in là non è una tragedia) scompaia nuovamente.

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