Storie di barche marinai e mozzi

venerdì 22 agosto 2014

Pignataro Prima parte. Quando lo abbiamo odiato.





Pignataro é un luogo, noto, peraltro, a molti. In primis agli abitanti di Lipari e delle Eolie tutte; a seguire, a coloro che amano la Sicilia ed i suoi arcipelaghi, ed infine, a molti naviganti. 
Pignataro, infatti, oltre ad essere un luogo, é l'unico vero porto dell'isola di Lipari. Si, ci sarebbe anche Marina Piccola, anello di roccia incastonato nel centro del meraviglioso paese, sul quale si affacciano la famosa piazzetta, elegante e chiassosa, e le chiese ed i palazzi antichi.
Ma ormai, e anche giustamente, marina piccola é appannaggio esclusivo dei pescatori e delle barche locali e quindi il discorso é Chiuso. Sottomonastero é per i traghetti. Lasciamo stare Marina Lunga, la quale, nonostante che negli anni sia stata banchinata orrendamente, dotata di corpi morti e quindi si sia affollata oltremisura, rimane un ormeggio da cui scappare non appena si alza un soffio di Vento da Est, Nord e Sud. Certo, prima era ancora peggio, da un punto di vista della sicurezza, perché buttavi l'ancora in un fondale di per sé abbastanza alto (14 mt senza salpaancore é giá  una bella misura) ed inoltre, in estrema pendenza verso il largo, caratteristica, questa, di tutti i vulcani in mare. Per cui, se il vento rinforzavae un po', magari ratificando, dovevi mettere due ancore, altrimenti ti ritrovavi a Panarea. Però eri in rada, e non appiccicato.
Torniamo a colui che titola questa storia.
Anche Pignataro, tanti anni fa, non era considerato un porto affidabile. Mi raccontava il mio babbo, che noi di Landicchia avevamo eletto quale consulente ufficiale in materia di porti e approdi, essendo lui  oramai capitano a tempo pieno e quindi avendo modo di esplorare minuziosamente le coste mediterranee, che, ai tempi in cui la diga foranea era un mozzicone di sassi, quando soffiava scirocco, il porto diventava una trappola per topi. L'unica cosa da fare, alle prime avvisaglie, era mollare gli ormeggi e trasferirsi, per essere tranquilli a Milazzo, oppure, come ci fu riferito anche da J. , altro protagonista di questa storia, se si trattava solo di un colpo temporalesco, "uscire fuori, pigliarsi quattro schiaffoni, e quando tutto si era calmato, rientrare".
Successivamente, é sempre il babbo che racconta, quando la nautica da diporto ha cominciato a diventare un fenomeno esteso, e quindi si accostavano ad essa baldanzosamente anche persone alle prime armi, soprattutto prive di quella sapienza ed umiltà che si tramanda "in famiglia",  fu deciso che, quando erano previste burrasche da scirocco, il porto veniva chiuso. Le barche Già dentro venivano tutte fatte ormeggiare nella zona più riparata, ben legate e discoste dal molo, successivamente il mozzicone di diga veniva allungato a chiudere l'entrata, con un molo galleggiante fatto di barchini, votati al sacrificio. Non si entrava, e neanche si poteva uscire, semplice. Mentre lo scrivo però penso che mi sono persa qualcosa e non posso puù chiedere al babbo di rinfrescarmi l'armonia di questo suo racconto. probabilmente anche le barchine venivano tutte dirottate nella parte più riparata del porto, a formare una o più file che di fatto impedivano a chiunque di uscire o di entrare a ripararsi. Chissà.
Comunque, anche quando ci siamo entrati per la prima volta, Pignataro era diventato un porto dotato di una difesa degna di questo nome. ahh, se ci ripenso, a quella prima volta! 
Era ferragosto, di un visibilio di anni fa, non ho voglia di rifare i conti. 18??. 15?? forse. 
Avevamo bisogno di un meccanico. il T. Rex aveva passato giornate intere dentro ad un gavone in pozzetto, cercando di rimediare ad una falla nel tubo di scarico del motore, bucato. In pratica tutti i fumi entravano in cabina e si rischiava di morire soffocati. Erano state messe delle pezze ma una riparazione sarebbe stata piú sicura. Pagine azzurre alla mano, telefoniamo al meccanico. "entrate a Pignataro ed aspettatemi lì. Tra un'ora arrivo". Ci viene l'orticaria al solo pensiero di infilarci in quel casino, peró si deve, quindi si va. Pignataro era allora un Porto, non un Marina, al contrario di quello che direbbe il caro George di Rodi. La diga c'era, ma non c'erano pontili, né corpi morti. C'erano quindi barche all'ancora, in quarta fila, e barche all'inglese, in quarta fila anch'esse. praticamente, si poteva camminare sull'acqua, senza essere Gesù Cristo.
Sconforto.
Ci attacchiamo, dopo aver chiesto il permesso,  ad un peschereccio all'entrata. Come prassi lui ci dice che la mattina parte alle quattro (non é quasi mai vero) e noi replichiamo che va bene, tanto tra un'ora arriva il meccanico e poi andiamo via.
nel frattempo la fila, accanto a noi, si infoltisce. Scambiamo due parole con tizio attempato che si accosta con un 45 piedi o giù di lì, trasportando una moltitudine di ragazzi e ragazze attaccati ai primi telefonini in circolazione. In dieci minuti ci racconta che lui ha cambiato vita, non lavora piú e che si guadagna da vivere facendo lo skipper ed é felice perché si sente finalmente un uomo libero che può fare quello che vuole. dopo tre secondi una tipa a bordo, sempre attaccata al telefonino, urla:" dov'é il marinaio???" " senti Salvatore ora si scende per l'aperitivo poi quando si torna ci porti a Panarea che ci abbiamo un Rave". 
La libertá é un concetto vago, e soprattutto molto relativo, peggio della Geologia.
Però passano le ore, e il meccanico non si vede. Ma io lo conosco, dice colui che si sente libero, non appena gli riferiamo il cognome, del meccanico, intendo. quando passa con il Gommone, perché lui viene da Marina Lunga, ve lo indico.
É l'imbrunire, e il Mozzo Ubu deve fare pipì. Decido di portarla a terra, percorrendo lo stretto braccio di mare residuo, lasciato libero dagli ormeggi, con il tender rigorosamente a remi, perché, come detto in altra occasione, il T. é contrario al fuoribordo.
attracco accanto alla motovedetta dei carabinieri. A terra, Pignataro, mi appare quasi peggio che dal mare. un'accozzaglia di baracche polverose, imbarcazioni abbandonate, rifiuti. appena sopra, la strada asfaltata che unisce Lipari a Canneto, invasa da motorini sfreccianti e scorreggianti. La banchina é tutto un traffico di taxi che vengono a prendere eleganti signore e signori, scesi dai tender, per portarli in cittá, dalla quale Pignataro dista almeno due chilometri. É comunque un posto molto gradito ad Ubu, i cani, si sa, amano i luoghi puzzolenti, e questo sembra all'altezza. 
Torniamo.
Nel mentre della navigazione che ci conduce a Landicchia, una bomba scoppia in cielo, a pochi metri dalle nostre teste. é la festa del Santo patrono. in Sicilia é la festa del Santo patrono ogni due giorni, e tirano le bombe. Nel mezzo alle feste dei Santi patroni, si sposa qualcuno. E tirano le bombe. Io ho il terrore irrazionale degli scoppi. Ubu, che pure é un cane, ed i cani, si sa, sono predisposti al terrore dei botti, no. Comincio a sudare freddo, e ad avere le palpitazioni. Vorrei sdraiarmi sul gommino e tapparmi le orecchie e chiudere gli occhi, ma non posso, devo remare e riportare ubu in barca. Nascondo le mie angosce, ma i mozzi, si sa, sono sensibilissimi. Ubu fiuta la mia paura (ho capito perché si dice che la paura ha un'odore, è vero), e si contagia. Cinquanta chili di mozzo cominciano a pestarmi, venirmi addosso, spingermi per l'istinto di buttarsi in mare e proseguire a nuoto. Non la voglio far buttare in acqua, è fuori di sè, potrebbe nuotare alla cieca, non riconoscere la barca, essere travolta da uno dei tanti tender che sfrecciano nello stretto corridoio di acqua per andare verso un ristorante, una discoteca. é ferragosto, é la festa del Santo patrono, sono tutti alticci. Credo di avere anche urlato e dato spettacolo, mentre con le braccia remavo e con le gambe ed i piedi tentavo di bloccare quella furia pesante il doppio del normale, che era il mio mozzo preferito.
Ce la facciamo. Da quel giorno non ho avuto piú "quella" paura dei botti. Al mozzo é invece venuta, e tutti i 31 dicembre abbiamo dovuto tenerla chiusa in camera, perché potesse rifugiarsi sotto al letto.
Una volta salita a bordo il T. mi comunica che il meccanico gli é sfrecciato davanti con il gommone, che lui lo ha chiamato, sbracciandosi come un forsennato ed urlando il nome della barca, e che il meccanico si è messo a ridere e che poi ha detto"domani".
Andiamo via da questo inferno, subito, rimedieremo, non ci voglio tornare più in questo schifo di posto, dice il T., asciugandomi le lacrime che scendevano copiose, perché, sono sicura, devo aver dato di barta, per qualche minuto.
E quindi salpiamo, con il manicotto strizzato da fascette, ed il gavone aperto, tenuto su con un groviglio di cime e nodi, come solo ilT. riesce a fare, é abilissimo, lui, a tappare i buchi, provvisoriamente, e ce ne torniamo a buttare l'ancora a Marina lunga, con in testa due pensieri:
" non navigheremo più nelle due settimane di ferragosto" e questa promessa fatta a noi stessi, per ora, l'abbiamo mantenuta.
"non torneremo piú a Pignataro" e lì, invece, ci siamo smentiti. A Pignataro ci siamo, poi, ritornati, sempre a causa di problemi tecnici, e quella volta lo abbiamo amato. Ma questa é la seconda parte.

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