Storie di barche marinai e mozzi

sabato 29 novembre 2014

Ho letto un libro. "Rotta verso l'Egeo" di Francesca Carignani



La prima passata é stata uno spilluzzichio, come quando mangi un tarallo, un pezzetto di parmigiano, assaggi come ti sono venuti i carciofi, e nel mentre fai altre cose che reputi più urgenti.
Tanto dici: " molti di questi posti li conosco già, e poi il blog son tre anni che lo leggo, il libro dirà più o meno le stesse cose". E così , tornavo la sera e, prima di mettermi a cucinare, leggevo un luogo, un tratto di mare, perché non ci sono capitoli, lì ci sono luoghi, tratti di mare, della geografia e dell'anima. Leggevo ad alta voce al T. un passaggio, un pensiero, e lui, stupito:" ma....c'è scritto così!!!! le stesse parole che ho usato io, le stesse impressioni, le stesse conversazioni tra noi due". È bello sentirsi in buona compagnia. 
Sulle sensazioni sono di parte, lo ammetto, perché ho letto frammenti di questi scritti nel 2011 (o 2012?? boh, tutto scorre) uno, due mesi prima di partire per Creta e la Turchia  con Acquacheta, 34 piedi, il T. e Greta, il mozzo quattrozampe. Ero terrorizzata e chiedevo lumi sui forum dedicati con domande tipo: non abbiamo un fiocco, la randa ha solo due mani, é però settembre. Ce la possiamo fare??? E giù consigli terroristici, tipo, no, se non siete mai stati in Egeo passate da Corinto, state alti, il fiocco è indispensabile, etc, etc.
Ho letto Francesca e mi è passato tutto, tanto era il suo entusiasmo, la sua passione per quel mare, quei luoghi. Ho avuto ragione (sul fiocco non c'è dibattito, comunque).
E questo entusiasmo è trasmesso egregiamente anche nel libro, un ottimo motore per gli indecisi. Mi rammarica solo il pensiero che, dopo questo libro, ci sarà un certo affollamento, lì. Sono talvolta snob, ma poi ragiono. Il bello deve essere per chi lo cerca, più persone amano il bello, se lo conquistano, e meglio va avanti il mondo. Ce ne è bisogno.
Poi, la seconda passata, più sistematica, perché sarà anche raccontato, ma è un portolano, e quindi volevo coglierne anche questo aspetto. Sono cresciuta con i portolani di Mancini, che hanno accompagnato le nostre prime timide incursioni fuori porta, ovvero Capraia, Giglio, Corsica, quando c'erano "quelli della notte" e aspettavo l'ora fatidica per accendere un televisore omega in bianco e nero e fare a turno con la mia compagna di casa per reggerne l'antenna, perché  altrimenti non si vedeva nulla. Mancini, quei posti lì, li aveva esplorati e riesplorati, con barche a vela di piccole dimensioni e poco pescaggio, e li aveva restituiti su carta, con entusiasmo e passione, disegni accurati, informazioni preziosissime, per quei luoghi, quegli anfratti, allora, sconosciuti ai più. Ho rivisto nei disegni di Giovanni quelle geometrie, quella passione, quell'amore per il particolare, che poi sarà anche un particolare, ma essenziale quando devi ancorare con più di trenta nodi di vento, e, nonostante quello che si dice sui capricci del meltemi, quest'anno, io più di trenta nodi li ho trovati spesso, all'ancoraggio. Persecuzione??
Nella noce di vetroresina di sette metri che faceva il giro della Corsica con babbo, mamma, cane a bordo, la sera divoravo le pagine del Mancini, per sapere cosa ci sarebbe stato un po' più in là, da dove sarebbero venute le raffiche, dove avremmo trovato i bassi fondali e dove le macchie di sabbia sacrosante, leggevo le descrizioni dei luoghi e facevo un viaggio nel viaggio; anticipando, raddoppiavo il piacere, insomma. I posti che descrivono Francesca e Giovanni, ognuno con "il suo", anche se già visti.... vien voglia di ritornarci. Per non parlare di quel lato buio della luna che é il sud di Creta, per noi sconosciuto, a partire da quel luogo che, con estrema franchezza, Francesca descrive, e sottoscrivo, come il più bel posto che ha visto e forse mai vedrà, (O Granvousa) fino a Ierapetra. Credo, vorrei, un giorno divorare le pagine del libro, in barca, dove egli avrà la sua giusta dimora in pianta stabile, facendo un viaggio nel viaggio, anticipando di due, tre, 7 giorni le mete di Creta Sud e le isole, quelle dove negli anni 70 i miei amici architetti si facevano portare dai pescatori, per sperimentare tecniche rudimentali per desalinizzare l'acqua del mare.
Il libro m'è garbato, s'é capito????? Francesca, continua.

giovedì 28 agosto 2014

Pignataro, seconda parte, quando lo abbiamo amato

Lipari, la punta di Canneto

La storia continua, ce l'ho in mente tutta e devo fare presto, scrivo come mangio, cioè poco ed in fretta, non so perchè, sembra sempre che ci sia qulcuno che mi insegua.
Portavamo Acquacheta in Grecia. Era un giugno temporalesco e tra una giornata gonfia di nubi e pioggia e l'altra, partivano due giorni di maestrale ghiacciato. Da marina di Pisa alle Eolie, due doverose tappe, Elba e Ventotene. all'Elba, dove andiamo a trovare mamma, e giá lì il motore ci fa uno scherzetto. Non conoscevamo ancora Acquacheta, anche se l'avevamo vista costruire, e men che meno il suo Volvo 30 cv. 
Ci troviamo in panne all'ancora nella rada di Portoferraio. Il meccanico sentenzia che é colpa della girante (!), e delle batterie,  non ci convince affatto ma  risolve, si riparte. 
A Ventotene imbarchiamo un amico e arriviamo a Salina. Dopo una giornata balneare a Pollara, dove però il vento veniva da nord, decidiamo di passare la notte in prossimità dell'imboccatura del porto dell'isola. 
La mattina il motore di nuovo non riparte, e tra le altre cose comincia a levarsi mare, perchè siamo nel canale tra Salina e Lipari.
Mentre gli uomini cercano di mettere in moto - ricordo manovre strane con il motore aperto e facendo girare il motore a mano, non dico come, con sottofondo di imprecazioni irripetibili - consulto la rete in cerca di un meccanico Volvo a Lipari. 
Esiste.
"NOOOOOO io a Lipari non ci vado, piuttosto salpo a vela per Milazzo" urla il T. Rex, e sembrava che la sua voce venisse dagli inferi, sia perchè veniva dal basso, sia perchè era disperata, sia perchè era affaticata dagli sforzi della messa in moto. E come non dagli torto, ripensando all'esperienza di anni prima, con il meccanico, a Pignataro.
Poi mi viene in mente una persona "influente" che conosciamo, a Lipari, parente di una amica di mamma, e rapidamente, rintracciato il numero, mentre si sente il rombo del motore che parte e le urla di gioia maschili, chiamo J.

J. lo avevamo incontrato per la prima volta molto tempo addietro quando, dopo aver visitato Ustica, la bellissima costa settentrionale della Sicilia, le Egadi e le Eolie, da Alicudi a Salina, avevamo deciso di fare tappa a Lipari per poi risalire verso il mare nostro. Ancora non eravamo stati a Pignataro, non è stato quello l'anno dell'avaria al motore di Landicchia, successe l'anno dopo.
Quasi tutte le sere telefonavo a casa, ai miei genitori e quando seppero che stavamo navigando verso Lipari, mamma mi suggerì di chiamare e andare a trovare una sua amica carissima, anche a me molto cara, che era appunto, in vacanza lì, a casa del cognato.
Quindi chiamo M. amica di mamma.
Miiiiiiiiiiii Alessandra, vieni vieni, noi siamo a Canneto, ma tu ti puoi fermare a Pignataro e poi ti veniamo a prendere. No, aspetta, che dici che dici???? ti passo mio cognato, senti lui, che mi parla e non capisco nulla, e mi passa J.
Già dal timbro di voce e dalla cadenza, italiano perfetto con quella sfumatura signorile che caratterizza i siciliani che hanno studiato molto (Camilleri, paro paro),  capisco che J. deve essere un tipo quanto meno originale; mi indica, descrivendola minuziosamente come se avesse una carta nautica davanti agli occhi, l’esatta rotta per Canneto, noi venivamo da Vulcano, Gelso, e letteralmente mi comanda di acchiappare la boa rossa di famiglia, davanti alla spiaggia, spiegandomi esattamente come fare a distinguerla dalle altre boe, poi mi dice di non preoccuparmi se ci perdiamo perché tanto non ci perderemo perché tanto ci sarà lui a guidarci dal terrazzo con la voce amplificata da un megafono (!)
E infatti, indicazioni perfette. Passiamo davanti alle varie marine di Lipari, scapoliamo la punta di Pignataro, e ci troviamo davanti la lunga spiaggia sassosa di Canneto. Ombrelloni e tanta gente, una fila di ville e villette, motoscafini e gommoni attaccati alle boe, bagnanti chiassosi, un prato verde sui sassi, che sará? Dove è la boa di famiglia, confusa in mezzo a tutto questo movimento???? Una voce sicura e rassicurante proviene dalla spiaggia, anzi, da una terrazza sulla spiaggia, artificiale, sembra proprio che provenga da un megafono: "Voi di Landicchia, vi vedo, a dritta, a dritta, piano, la boa é quella rossa, libera tra il gommone ed il gozzo, si, così va bene, adesso, adesso, mezzomarinaio pronto, ah, presa, bravi, adesso arrivo". Stupendo, non ho più vissuto da allora un ormeggio così guidato, e personalizzato. Che accoglienza, a Canneto. J. era proprio come me lo ero immaginato, un affascinante gentiluomo siciliano, educato, che ti"metteva la casa in capo", e la sua era bellissima, di casa: un portico, un giardino profumato, e poi, figlie, cognati, nipoti, cani, amici, sorelle, un viavai insomma. "j. ho portato i cannoli, non sono proprio quelli che fa mammà, però questa pasticceria ci va vicina.". " J. ti sei arricurdato di SalVo che deve prendere la medicina, io non mi fido, controlla perfavore." Poi c'era qualcuno che arrivava e salutava appena, e poi andava a prendersi un giornale messo da una parte, si metteva a sedere e cominciava a leggerlo. "è un giornalista dell'Espresso, fa sempre cosi, è in vacanza e non gli va di fare conversazione, si limita al minimo" diceva M. l'amica mia e di Mamma, come per scusarsi , lei, che non c 'entrava nulla. "Ma M. fa benissimo, a me che me ne importa???? Siamo tutti in vacanza, ed ognuno deve essere a proprio agio". "si si Alessandra, qui si sta bene proprio perchè si fa come ci pare ahhhhh Ciao Laura, sei stata ammare??  Era calda l'acqua, si, domattina vengo pure io....."
Il megafono aveva un suo perchè. J. ci raccontò infatti che lui era giudice di una famosa regata, che dal centro italia (Ponza???? potrebbe essere) arrivava a Lipari, e tornava indietro, e proprio davanti a Canneto posizionavano la boa e lui doveva controllare tutte le barche in arrivo, la regolarità insomma delle manovre.
Anche quelli che sembravano dei prati verdi sulla spiaggia, avevano una motivazione. J. che era un grande narratore, ci spiegò infatti che da quando era andato in pensione, per rendersi utile alla comunità, faceva il bagnino, naturalmente gratuitamente da signore quale era, a tutta la spiaggia. Oltre alle normali mansioni richieste ad un bagnino, come alle sei di mattina, pulire la spiaggia, aprire gli ombrelloni, sistemare i lettini, lavori, questi, che forse faceva in "affiancamento" al vero bagnino, ci metteva del suo, e stendeva rotoli di moquette verde, soprattutto in corrispondenza di quegli ombrelloni di grande pregio e rilevanza che, lui sapeva, erano abitati durante il giorno dalle "signore" non più giovanissime, tra cui le cognate, ma non solo, per le quali un tappeto sui massi roventi, che le conducesse ammare, sarebbe stato un sollievo graditissimo, e le avrebbe incoraggiate a fare una nuotata in più, cosa questa reputata da lui,  a ragione, molto salutare.
E le signore, eccome se nuotavano! insomma, stavano in acqua.  ricordo al risveglio, in barca, la mattina dopo, di aver sentito degli strani rumori provenire da molto vicino, come un canto, anzi, una litania. Erano queste le Signore che alle sette di mattina, incoraggiate dai green carpets stesi apposta per loro, si buttavano in quelle acque calde, calme e cristalline, con le loro cuffie di plastica e le applicazioni floreali (stupende, credo non esistano più, ma anche allora erano rare) e, stando a mollo dove non si tocca, con la testa bene fuori dall'acqua,  chiacchieravano per ore di tutto e di più, sempre dei fatti loro, o di qualche parente, o di qualche conoscente comune, muovendo ogni tanto un braccio, un piede, una gamba, quanto bastava per, con il minimo della fatica (i polmoni per chiacchierare dovevano essere preservati) tenersi a galla. Come facessero senza intirizzirsi, per me rimane un mistero, l'unica cosa che mi viene in mente é che tutto quel parlare ed ascoltare doveva essere, da un punto della fisica, lavoro, e quindi sviluppare calore. mah.
Questa cosa di Canneto avvenne tanti anni prima di questa storia, ma ci voleva per inquadrare J. eppoi mi ha fatto un piacere enorme ricordarla e trasmetterla.
Insomma, col motore ripartito per miracolo, nel canale tra Salina e Lipari, chiamo al telefono J.
"Cara, come stai??? e tuo marito??? e la mamma???" Si va poi al dunque e spiego il nostro problema, aggiungendo che il T. ha deciso di andare a Milazzo a cercare un meccanico, a seguito dell'esperienza traumatica di Lipari di qualche anno prima.
"noooooo non fate tutta quella strada, a Lipari c'è un meraviglioso meccanico, Malinconico (adesso lo chiamo così, non è il suo vero nome, e non vorrei che lo fosse, comunque me lo sono scordato). Andate a Pignataro, e mettetevi nei pontili gestiti dal Comandante xxxx, poi a lui chiedete di Malinconico, ve lo chiamerà sicuramente, e comunque stasera passo io, non vi preoccupate."
Andiamo, quindi, per la seconda volta in vita nostra, nell'odiato Pignataro. Sbagliamo, ovviamente, pontile, perchè, negli anni, Pignataro ha messo pontili galleggianti ovunque, con corpi morti, gestiti da societá diverse, però il T. non aveva spento prudentemente il motore, quindi ci spostiamo.
Sempre con il motore acceso, scendo a terra e chiedo del comandante xxxxx che però è a Bastia, me lo chiamano sul telefono, lui risponde che questo Malinconico non lo conosce. 
Il motore è sempre acceso, e sul pontile di fronte a noi è ormeggiato una bellissima lancia a motore, tutti i legni lucidati, a bordo un tipo con una maglietta raffigurante un paio di corna di bufalo.
Noi siamo sconsolati, e ricerchiamo, sempre con il motore acceso, il numero del meccanico Volvo precedentemente indivuduato.
"Malinconico, si, è famoso, ma sarà ormai in pensione" dice il tipo con le corna stampate, accento napoletano ed erre moscia, una bella presentazione, non c'è dubbio. Tra lui e j. quanto ad espressività, sembrava di stare al Gran Varietà, divertente, in quei momenti di sconforto.
Però il nome del meccanico volvo lo conosceva eccome, ci dice che è un tipo serio, il T. rassicurato, spenge il motore perchè o l'uno  o l'altro, lo rimetteranno in moto. Temporeggiamo comunque,, in attesa di J. e del suo famoso Malinconico. Passano le ore, ceniamo, offriamo ad M. e alle sue corna e ai numerosi amici che nel frattempo lo hanno raggiunto, un assaggio delle nostre melanzane in caponata e zucchine ripiene. Beviamo tutti e siamo molto allegri. Molto sul tardi, si ode una voce profonda provenire dal pontile "buona sera acquacheta". Un elegantissimo J. di bianco vestito, che neanche Lord Nelson ci sorride appoggiandosi al pulpito di poppa, e, su nostro invito, sale a bordo. Come eri bello j. voglio ricordarti così.
E da lì in poi, per ore ed ore, nella notte stellata, quante meravigliose storie di mare e di meccanici, bagnate da un buon vino, ci ha raccontato, perchè lui era un vero narratore. Vere, false, mezzo e mezzo, non importa, erano tutte bellissime. Di quella volta poi, che il Malinconico salvò dalla rottamazione il motore della nobile coppia svedese, che doveva tornare a casa, stendendo un lenzuolo candido sul molo e smontando pezzo pezzo il defunto, lui poveretto, che era stato chiamato, per l'appunto da j. nel cuor della notte, con un artefizio:" Malincó qua ci sono due famosissimi direttori d'orchestra, con il motore in panne" Bastardo J. .Il Malinconico, dopo i motori, amava la musica classica. Il racconto  di j. prosegue:
"Il tutto si concluse alle sei di mattina, a motore rimontato e funzionante, con una cena a base di cernia al ristorante preventivamente allertato, da Me naturalmente, che avevo fatto solo il tifo."
Nel fabulare, J. colse anche l'occasione an passant, di spiegarci il motivo per cui si era presentato da solo. semplice, aveva quel giorno stesso appreso che Malinconico era morto da due anni.
Gelo.
Superiamo, Pignataro è bello, con questa compagnia, tiremm'innanzi, ce la faremo.
la mattina dopo telefoniamo al meccanico Volvo. Arriva, stranamente, subito. Capiamo il perchè, basta guardarlo. Il giovanotto sembra infatti una mummia, da quanto è fasciato ed ingessato, essendosi schiantato, come ci racconta, sul brecciolino con la motocicletta.
Rigelo.
Un pensiero comune, mio e del T. Come farà ad entrare nel motore così conciato?????
eh, ci hanno voluto bene. Il giovanotto sapeva il fatto suo, come ci aveva anticipato M. e coordina, seduto in dinette, con l'occhio vigile, le operazioni del suo giovane e scattante aiutante. Trova il problema. ci convince, ordina al volo un pezzo dal fornitore in continente con il quale aveva in ballo un altro ordine. Dopodomani arriva, montiamo tutto e potete andar via, ci dice sorridendo, perchè si, lui era tutto fasciato, ma il viso era intonso, gli occhi ed il sorriso bellissimi, come solo alcuni siciliani....

E questa attesa del pezzo dal continente è stata la più bella attesa per lavori della nostra esperienza nautica, grazie ad M. con le corna stampate sulla t. shirt, al suo equipaggio di pescatori-cuochi, ai suoi amici liparioti, ai fiumi di vino che venivano distribuiti su quella splendida pilotina, che, apprendemmo, doveva essere una barca dedicata ai noleggi, gite giornaliere, con bella musica e buona cucina, ma M. se ne fotteva, era bene o male lavoro, mentre con noi si sentiva se stesso e rinunciava volentieri a qualche guadagno, pur di essere rilassato ed in buona compagnia.
Ecco, è questa la Pignataro che mi voglio ricordare. 
Grazie M.
Grazie J.
Non vi scorderemo

sabato 23 agosto 2014

grazie a tutti quelli che mi hanno insegnato ad andar per mare

bene, è sera, abbiamo tutti la pancia piena, e Acquacheta, insolitamente, assiste ad una trafila per utilizzare il piccolo bagno. io sono, per scelta, l'ultima, e nel frattempo penso e scrivo. sono un po' triste, perchè giovedì me ne torno, sola soletta, a casa, ma va bene così, a settembre sarò di nuovo qui. devo ancora finire il blog, la tempesta dei ragazzi mi ha un po' distolto da questo impegno preso con me stessa, ma lo finirò, prima di partire. mi è venuto un pensiero, bello, sul navigare, vissuto da me, e lo voglio scrivere. Il titolo è " grazie a tutti quelli che mi hanno insegnato ad andar per mare". è un elenco, ma a volte anche gli elenchi sono pieni di significato:

1978/1979 Mimmo, di Porto Azzuro (rigorosamente con una erre sola) Fascinosissimo Skipper di Naregno, isola d'Elba, mi ha insegnato ad andare sui volien. Io ero una bimba, praticamente cotta di lui, ma ovviamente ero una mosca, quindi speranze zero.

1980 Zefiro e Norberto. il primo era una specie di 4,70, ma più corto, il secondo mio zio, che ha fatto anche Capo Horn, meraviglioso navigatore, che ha avuto il grande merito di far comprare al fratello (il babbo) questa noce a vela.

1980 Tamurè e Corrado. il primo uno splendido cabinato di 7 metri con tuga rialzabile e chiglia mobile, che ci ha permesso di scoprire tutti i segreti di una Corsica che forse ora non esiste più. Il secondo il mio babbo, che da alunno sulle derive, con me maestra, si è trasformato in un vero uomo di mare e mi ha insegnato la pazienza ed il sangue freddo.

1992 Landicchia e Domenico. La prima un Dullia 30 sportivissimo e bagnatissimo, il secondo, beh, mio marito, che, devo ammettere, pur non essendo un gran velista (io sono molto meglio, modestamente) è meraviglioso e se la cava in tutte le situazioni, sa fare tutto, veramente, e mi ha insegnato a fare le manovre di ancoraggio nei porti e tantissime altre cose, in barca ed in mare, un compagno di mare e di vita perfetto

2009 Acquacheta e l'Egeo, ma questa è roba tosta, merita una pagina a sè

Del perché un giorno, è arrivato in barca il gps


sottotitolo:"una donna e altri animali" (é una frase rubata, ma calza a pennello)

É un ricordo in questo momento vivido, non ci sono foto, anche se potrei lavorarci sopra, ma non ho tempo. Lui detta io scrivo:

All'epoca si viaggiava con Landicchia, un Dullia 30 e due cani: una specie di setter, discolissima, Prugna, ed un cucciolo di terranova, Ubu, che giá rasentava i 35 kg ma in barca era trasparente. Insomma, eravamo folkloristici e forse a qualcuno abbiamo fatto anche pena. Noi tutti si stava comunque benissimo. A bordo, talvolta, un nostro caro amico, F. nonchè socio di alcune quote della barca  perché si era tutti più poveri ed una manutenzione annuale era difficile da sostenere da soli. F. era soprannominato dal T. Rex "il principe" perchè di origini nobili, dicesi una di quelle famiglie che nella Roma papalina portava il Pontefice sul trono a spalla in giro per la città. Lui, che era ed è tuttora un tipo molto naif, se ne offendeva molto a sentirsi appellare così, tanto che un giorno con la sua aria dolce ha minacciato il T. Rex di togliergli il saluto e da allora in poi è stato solo F. perchè si capiva che faceva sul serio. Partiamo quindi noi, le due cagne ed F. dalla Rondinara, dopo una sosta ristoratrice a seguito del baccanale delle Bocche di Bonifacio particolarmante frizzanti quel giorno, alla volta di Talamone, Argentario, luogo dove in quel periodo Landicchia sostava per quasi tutto l'anno. È notte, c'è la luna piena, e mentre si va come delle spose all'altare con un bel maestralino, ceniamo in pozzetto al lume di una candela sapientemente protetta da una grattugia piramidale.

F. ci annuncia che lui è in piena forma e da mezzanotte alle 7 vuole fare un turno lungo perchè vuol godere di questo bellissimo dono di una notte che si annuncia particolarmente adatta alla navigazione.

Allora, nonostante in commercio esistessero già i gps portatili, noi ancora si navigava tracciando dei freghi sulle carte e poi rivedendoli con squadrette e goniometri, facendo i rilevamenti a terra e guardando le miglia percorse. funzionava, tutto sommato. A mezzanotte si va a letto salutando F. tranquilli, perchè la fiducia in lui è massima, e meritata, un bravo uomo di mare (e lo è tuttora). La mattina alle sette, ci alziamo per far giustamente riposare il nostro compagno e, mentre si prepara il caffè e le vele sbatacchiano e gli occhi sono ancora pesti di sonno e nell'aria c'è una nebbiolina di scirocco che ci fa capire che il vento è decisamente cambiato..... con nostro massimo stupore........ non avvistiamo il Giglio all'orizzonte. E vabbè, dice il T. Rex, è la foschia, tra poco arriva. Auguriamo ad F. un buon riposo e ci sistemiamo in pozzetto per un comodo turno a due, bello perchè una volta tanto ci si fa compagnia e non ci parliamo solamente per un buonanotte ed un buongiorno. Si va piano di bolina ma chissenefrega, tanto siamo vicini. Passano le ore, quattro, cinque, sei, e del Giglio neanche l'ombra. Il T. controlla tutto, carte, ore, miglia, e comincia a preoccuparsi. F. si alza stiracchiandosi, ed io gli faccio il caffè, dolcemente, e, dopo che lo ha bevuto, lo assalgo:" ma dimmi la veritá, te tu hai cambiato rotta, volevi andare con il vento, lui ti è girato, e allora ci stai portando in Calabria? ma non ci pensi a quelle due povere bestiole che son più di 24 ore che non scendono, mi scoppiano!!!"

nel frattempo le bestiole erano sapientemente in stand By sulle cuccette del quadrato e non muovevano un pelo"

ma io non volevo accendere il motore, vi avrei svegliato, era così bello!!!!"

ah, F.  F. come ti potevo trattar male?

Ovviamente il motore eè stato poi acceso e siamo arrivati a destinazione il giorno dopo, ma la mia mamma, appena venuta al corrente della vicenda, a Natale ci ha fatto trovare un Magellan portatile con un bigliettino che recitava: " i cani non devono soffrire a causa delle vostre stravaganze".

Il Magellan è ancora a bordo, ora, di Acquacheta, perchè nonostante il plotter e due programmi di navigazione su i phone e i pad, non si sa mai.

La canina azzurra






Come ho già scritto, si viaggiava su Landicchia e nel nostro equipaggio era sempre presente almeno un mozzo a quattrozampe cui venivano attribuiti i ruoli più disparati, tranne quello di cuoco di bordo. Quel ruolo non si confà infatti ai mozzi, comportando,  il cucinare in barca,  un’enorme specializzazione; ci vogliono anni ed anni di studio e sia Malvina che Ubu, che Prugna che Greta che Khooda, pur essendo stati sempre molto attenti alle manovre intorno ai fornelli, non sono mai riusciti ad imparare nulla.
Per ricompensare il mozzo delle sue attività a bordo, noi offrivamo vitto, alloggio e due lunghe passeggiate a terra quotidiane in assoluta libertà di movimento, tranne i casi in cui si doveva fare trasferimenti e allora la passeggiata diventava, nelle 24 ore, solo una, ma lunghissima e piena di animazioni ed intrattenimenti, giochi a premi e persino gare ad ostacoli. Noi si perdeva sempre, il mozzo trionfava. Il ritorno in barca era quindi, per noi a due zampe, distrutti, una liberazione.  Il mozzo era invece pieno di energie, rinnovate dal profumo ed il contatto con la terra che per certi esseri è, lo ammetto, elemento indispensabile.

Abbiamo sempre prediletto gli ormeggi in rada, piuttosto che nei porti, che ormai da tanto son scomparsi in italia, lasciando il posto a organizzati marina, per cui nostro indispensabile compagno di avventure, anche per tener fede agli impegni presi con il mozzo di turno, era il piccolo tender. Ne abbiamo avuti tanti, perché tra i soci di Landicchia c’era sempre qualcuno che o lo perdeva o lo bucava sugli scogli o sui ricci. Pertanto i gommini eran piccoli e di poco prezzo. 

I gommini erano molto amati dai mozzi che già al secondo giorno di crociera, appena il naso papilloso percepiva gli odori noti della macchia, dei suoi abitanti e anche delle cucine di alcuni di essi, ne imparavano, o ripassavano, la funzione. Spesso, e devo dire, sempre quando l'ormeggio era terminato ed il motore spento (credo che il segnale fosse questo), ce li trovavamo giá ben accomodati dentro al tender, gli occhi sorridenti in un invito:"si va?". E si doveva andare senza replica.

Non abbiamo, ai tempi di Landicchia, mai posseduto un fuoribordo, perché il T. Rex era contrario e diceva che usandolo infondo solo  quattro, cinque giorni all’anno era solo un peso a bordo, e poi la manutenzione ci portava via tempo inutile e poi quando si metteva in moto bisognava appellarsi ai santi e poi non partiva lo stesso. Si ma una volta almeno all'anno, sarebbe servito. In particolare un anno, in cui fu deciso all'unanimità, di visitare il Sud della Sardegna, sarebbe servito quotidianamente. vabbé, remare fa bene ai pettorali, soprattutto a quelli delle donne e noi eravam piccini, si ormeggiava rigorosamente su un fondo max di cinque metri, vicino a riva, i 20 knts all'andata si reggevano, al ritorno bastava essere molto precisi sull'obiettivo, ed era fatta.

All'ancora nella baia Antoniarieddu, ne ricordo ancora il nome, dopo essere scappati a razzo da porto Malfatano, dove la mattina alle sei era girato vento e cavalloni ci investivano mettendo a repentaglio il nostro ancoraggio, di knts ce ne erano quaranta, e non accennavano a smettere. Khooda, devi portare pazienza, non si può fare per ora. Si ballava tutti la rumba, ed eravam tanti perchè quello era, in zona, l'unico ottimo rifugio dallo scirocco forte e quindi eravamo lontani dalla riva. L'approdo più prossimo era costituito da alcuni scogli puntuti che il mozzo puntava con sguardo implorante.
ed é lì che il T Rex, che a dispetto del suo nome, e della sua nomea, è un essere dolcissimo, soprattutto con i mozzi, ripeteva a Khooda: dai, la canina azzurra risolverà la situazione e, ad un certo punto, come per magia, il vento darà una tregua, e noi potremo andare a fare le corse insieme; le cose indispensabili tutte e subito, però, me lo prometti vero???

Ora, questa storia della canina azzurra era nata per caso, alla prima esperienza in barca con un mozzo, Malvina, individuo spiritosissimo e allegrissimo, ma oltremodo terricolo. E non poteva essere altrimenti, trattandosi, la Malvina, di un mix di razze da caccia. L'affetto che provava per noi era enorme, ma sicuramente ci stramalediceva quando la portavamo in barca, e ci stramalediceva ancor di più quando mollavamo gli ormeggi. ma era molto paziente, manifestava il suo disappunto, pregresso, solo quando percepiva all'orizzonte gli odori della costa, e allora saltava da prua a poppa dimenando la coda ed emettendo piccoli starnuti di eccitazione, felice, scordandosi in un'attimo di come non era stata felice prima, che invidia, a volte, gli animali, non hanno memoria delle brutture, non serbano rancore ed acchiappano al volo subito i momenti positivi.
Dai Malvina, la canina Azzurra di Pinocchio ti guarda e ti aiuterà ad arrivare a terra, ridevamo insieme.

Ritorniamo in Sardegna, da Zu Antoniareddu. Anche Khooda era abbastanza terricolo, pur essendo mezzo terranova; nel fisico un labrador gigante, nell'indole un boxer gioioso ed incontenibile, e quando nuotava sembrava un aliscafo. faceva molta schiuma e tanto rumore, ma procedeva con poca propulsione. Usava male la coda, non si equilibrava. 

nel primo pomeriggio il vento cala di 10 Knts, ed il t. rex si precipita a terra con khooda, approdando sugli scogli puntuti, vincendo la tema della bucatura, semmai si mette una toppa, dice poi.

Io spio tutti i movimenti a terra dei due, con il binocolo, in apprensione, perchè la tregua potrebbe durare pochissimo, ma i due scompaiono dietro agli scogli quasi subito e mi appello alla canina azzurra affinchè tenga sotto controllo la situazione. sulla nostra poppa, un ovni francese, con a bordo una coppia matura, mi rendo conto, anche loro con il binocolo, e lui dopo una mezzoretta, monta il motore sul gommone (non era un gommino quello), pronto a fare un improvvisato traino, al ricomparire degli sciagurati che nel frattempo, forse, saltavano gli ostacoli più in là.

Dopo un tempo infinito, le inconfondibili figure si materializzano sugli scogli e, sotto gli attenti occhi di due barche, mollano gli ormeggi e centrano l'obiettivo. Applausi dall'ovni e da Landicchia, missione compiuta. Il vento poi riprende forte, la cqr si è nel frattempo scavata una bella tana nella sabbia, la canina azzurra ha fatto il suo dovere. Da allora lo ha fatto sempre, vegliando tutti i mozzi che abbiamo avuto a bordo, anche adesso che il 2 cavalli c'è e continuiamo a non usarlo.


venerdì 22 agosto 2014

Pignataro Prima parte. Quando lo abbiamo odiato.





Pignataro é un luogo, noto, peraltro, a molti. In primis agli abitanti di Lipari e delle Eolie tutte; a seguire, a coloro che amano la Sicilia ed i suoi arcipelaghi, ed infine, a molti naviganti. 
Pignataro, infatti, oltre ad essere un luogo, é l'unico vero porto dell'isola di Lipari. Si, ci sarebbe anche Marina Piccola, anello di roccia incastonato nel centro del meraviglioso paese, sul quale si affacciano la famosa piazzetta, elegante e chiassosa, e le chiese ed i palazzi antichi.
Ma ormai, e anche giustamente, marina piccola é appannaggio esclusivo dei pescatori e delle barche locali e quindi il discorso é Chiuso. Sottomonastero é per i traghetti. Lasciamo stare Marina Lunga, la quale, nonostante che negli anni sia stata banchinata orrendamente, dotata di corpi morti e quindi si sia affollata oltremisura, rimane un ormeggio da cui scappare non appena si alza un soffio di Vento da Est, Nord e Sud. Certo, prima era ancora peggio, da un punto di vista della sicurezza, perché buttavi l'ancora in un fondale di per sé abbastanza alto (14 mt senza salpaancore é giá  una bella misura) ed inoltre, in estrema pendenza verso il largo, caratteristica, questa, di tutti i vulcani in mare. Per cui, se il vento rinforzavae un po', magari ratificando, dovevi mettere due ancore, altrimenti ti ritrovavi a Panarea. Però eri in rada, e non appiccicato.
Torniamo a colui che titola questa storia.
Anche Pignataro, tanti anni fa, non era considerato un porto affidabile. Mi raccontava il mio babbo, che noi di Landicchia avevamo eletto quale consulente ufficiale in materia di porti e approdi, essendo lui  oramai capitano a tempo pieno e quindi avendo modo di esplorare minuziosamente le coste mediterranee, che, ai tempi in cui la diga foranea era un mozzicone di sassi, quando soffiava scirocco, il porto diventava una trappola per topi. L'unica cosa da fare, alle prime avvisaglie, era mollare gli ormeggi e trasferirsi, per essere tranquilli a Milazzo, oppure, come ci fu riferito anche da J. , altro protagonista di questa storia, se si trattava solo di un colpo temporalesco, "uscire fuori, pigliarsi quattro schiaffoni, e quando tutto si era calmato, rientrare".
Successivamente, é sempre il babbo che racconta, quando la nautica da diporto ha cominciato a diventare un fenomeno esteso, e quindi si accostavano ad essa baldanzosamente anche persone alle prime armi, soprattutto prive di quella sapienza ed umiltà che si tramanda "in famiglia",  fu deciso che, quando erano previste burrasche da scirocco, il porto veniva chiuso. Le barche Già dentro venivano tutte fatte ormeggiare nella zona più riparata, ben legate e discoste dal molo, successivamente il mozzicone di diga veniva allungato a chiudere l'entrata, con un molo galleggiante fatto di barchini, votati al sacrificio. Non si entrava, e neanche si poteva uscire, semplice. Mentre lo scrivo però penso che mi sono persa qualcosa e non posso puù chiedere al babbo di rinfrescarmi l'armonia di questo suo racconto. probabilmente anche le barchine venivano tutte dirottate nella parte più riparata del porto, a formare una o più file che di fatto impedivano a chiunque di uscire o di entrare a ripararsi. Chissà.
Comunque, anche quando ci siamo entrati per la prima volta, Pignataro era diventato un porto dotato di una difesa degna di questo nome. ahh, se ci ripenso, a quella prima volta! 
Era ferragosto, di un visibilio di anni fa, non ho voglia di rifare i conti. 18??. 15?? forse. 
Avevamo bisogno di un meccanico. il T. Rex aveva passato giornate intere dentro ad un gavone in pozzetto, cercando di rimediare ad una falla nel tubo di scarico del motore, bucato. In pratica tutti i fumi entravano in cabina e si rischiava di morire soffocati. Erano state messe delle pezze ma una riparazione sarebbe stata piú sicura. Pagine azzurre alla mano, telefoniamo al meccanico. "entrate a Pignataro ed aspettatemi lì. Tra un'ora arrivo". Ci viene l'orticaria al solo pensiero di infilarci in quel casino, peró si deve, quindi si va. Pignataro era allora un Porto, non un Marina, al contrario di quello che direbbe il caro George di Rodi. La diga c'era, ma non c'erano pontili, né corpi morti. C'erano quindi barche all'ancora, in quarta fila, e barche all'inglese, in quarta fila anch'esse. praticamente, si poteva camminare sull'acqua, senza essere Gesù Cristo.
Sconforto.
Ci attacchiamo, dopo aver chiesto il permesso,  ad un peschereccio all'entrata. Come prassi lui ci dice che la mattina parte alle quattro (non é quasi mai vero) e noi replichiamo che va bene, tanto tra un'ora arriva il meccanico e poi andiamo via.
nel frattempo la fila, accanto a noi, si infoltisce. Scambiamo due parole con tizio attempato che si accosta con un 45 piedi o giù di lì, trasportando una moltitudine di ragazzi e ragazze attaccati ai primi telefonini in circolazione. In dieci minuti ci racconta che lui ha cambiato vita, non lavora piú e che si guadagna da vivere facendo lo skipper ed é felice perché si sente finalmente un uomo libero che può fare quello che vuole. dopo tre secondi una tipa a bordo, sempre attaccata al telefonino, urla:" dov'é il marinaio???" " senti Salvatore ora si scende per l'aperitivo poi quando si torna ci porti a Panarea che ci abbiamo un Rave". 
La libertá é un concetto vago, e soprattutto molto relativo, peggio della Geologia.
Però passano le ore, e il meccanico non si vede. Ma io lo conosco, dice colui che si sente libero, non appena gli riferiamo il cognome, del meccanico, intendo. quando passa con il Gommone, perché lui viene da Marina Lunga, ve lo indico.
É l'imbrunire, e il Mozzo Ubu deve fare pipì. Decido di portarla a terra, percorrendo lo stretto braccio di mare residuo, lasciato libero dagli ormeggi, con il tender rigorosamente a remi, perché, come detto in altra occasione, il T. é contrario al fuoribordo.
attracco accanto alla motovedetta dei carabinieri. A terra, Pignataro, mi appare quasi peggio che dal mare. un'accozzaglia di baracche polverose, imbarcazioni abbandonate, rifiuti. appena sopra, la strada asfaltata che unisce Lipari a Canneto, invasa da motorini sfreccianti e scorreggianti. La banchina é tutto un traffico di taxi che vengono a prendere eleganti signore e signori, scesi dai tender, per portarli in cittá, dalla quale Pignataro dista almeno due chilometri. É comunque un posto molto gradito ad Ubu, i cani, si sa, amano i luoghi puzzolenti, e questo sembra all'altezza. 
Torniamo.
Nel mentre della navigazione che ci conduce a Landicchia, una bomba scoppia in cielo, a pochi metri dalle nostre teste. é la festa del Santo patrono. in Sicilia é la festa del Santo patrono ogni due giorni, e tirano le bombe. Nel mezzo alle feste dei Santi patroni, si sposa qualcuno. E tirano le bombe. Io ho il terrore irrazionale degli scoppi. Ubu, che pure é un cane, ed i cani, si sa, sono predisposti al terrore dei botti, no. Comincio a sudare freddo, e ad avere le palpitazioni. Vorrei sdraiarmi sul gommino e tapparmi le orecchie e chiudere gli occhi, ma non posso, devo remare e riportare ubu in barca. Nascondo le mie angosce, ma i mozzi, si sa, sono sensibilissimi. Ubu fiuta la mia paura (ho capito perché si dice che la paura ha un'odore, è vero), e si contagia. Cinquanta chili di mozzo cominciano a pestarmi, venirmi addosso, spingermi per l'istinto di buttarsi in mare e proseguire a nuoto. Non la voglio far buttare in acqua, è fuori di sè, potrebbe nuotare alla cieca, non riconoscere la barca, essere travolta da uno dei tanti tender che sfrecciano nello stretto corridoio di acqua per andare verso un ristorante, una discoteca. é ferragosto, é la festa del Santo patrono, sono tutti alticci. Credo di avere anche urlato e dato spettacolo, mentre con le braccia remavo e con le gambe ed i piedi tentavo di bloccare quella furia pesante il doppio del normale, che era il mio mozzo preferito.
Ce la facciamo. Da quel giorno non ho avuto piú "quella" paura dei botti. Al mozzo é invece venuta, e tutti i 31 dicembre abbiamo dovuto tenerla chiusa in camera, perché potesse rifugiarsi sotto al letto.
Una volta salita a bordo il T. mi comunica che il meccanico gli é sfrecciato davanti con il gommone, che lui lo ha chiamato, sbracciandosi come un forsennato ed urlando il nome della barca, e che il meccanico si è messo a ridere e che poi ha detto"domani".
Andiamo via da questo inferno, subito, rimedieremo, non ci voglio tornare più in questo schifo di posto, dice il T., asciugandomi le lacrime che scendevano copiose, perché, sono sicura, devo aver dato di barta, per qualche minuto.
E quindi salpiamo, con il manicotto strizzato da fascette, ed il gavone aperto, tenuto su con un groviglio di cime e nodi, come solo ilT. riesce a fare, é abilissimo, lui, a tappare i buchi, provvisoriamente, e ce ne torniamo a buttare l'ancora a Marina lunga, con in testa due pensieri:
" non navigheremo più nelle due settimane di ferragosto" e questa promessa fatta a noi stessi, per ora, l'abbiamo mantenuta.
"non torneremo piú a Pignataro" e lì, invece, ci siamo smentiti. A Pignataro ci siamo, poi, ritornati, sempre a causa di problemi tecnici, e quella volta lo abbiamo amato. Ma questa é la seconda parte.

L'isola Galleggiante


Landicchia, Domenico e Ubu a Pollara, Salina


Quell'anno decidemmo di passare le tre settimane e mezzo estive in cui Landicchia era a nostra disposizione, alle isole Eolie. In realtá si trattava di una replica perchè le Eolie le avevamo scorazzate in lungo ed in largo, compresa Alicudi e gli scoglietti satelliti, l'anno prima, ed eravamo stati benissimo. Il sud dell'Italia si confaceva al nostro carattere e la navigazione cominciava a farsi interessante da Ventotene in giù, direi quasi esotica, per noi da anni avvezzi all'efficienza della Corsica, allo snobismo del nord della Sardegna, alla cialtroneria mascherata da organizzazione degli abitanti dell'arcipelago toscano, la nostra dimora abituale. 
Non che tutti questi luoghi ci ripugnassero, tutt'altro, ma cercavamo atmosfere diverse, ed il gran caos, affatto mascherato, che regnava appunto, da Ventotene in giù, in quel momento ci affascinava.
Uno dei nostri soci aveva ormeggiato, a fine crociera, la barca al porto di Maratea, ed i nostri cari amici T. e U. ci proposero di accompagnarci con la loro barca, un 37 piedi, fino a lì, per poi proseguire insieme fino alle isole siciliane. L'Invito era allettante, accettammo. A bordo di Zoe, in partenza da Livorno,  erano presenti quindi un capitano, un ammiraglio, due marinai, ospiti, e due mozzi a pelo lungo, della stazza di 50 kg cad, entrambi appartenenti alla razza Terranova. Uno era il mozzo di Zoe, l'altro di Landicchia.
in Capraia (tra noi che ci si andava per tutto l'anno una domenica si ed una no si usava dire così, e non "a Capraia"), cala Botte , fu subito chiaro chi dei due mozzi comandava: la cosa fu risolta in un batter di ciglia, al momento in cui i due mozzi scesero contemporaneamente dallo stesso tender sulla spiaggetta, ebbri di gioia, nella prospettiva di poter essere finalmente per un'oretta, loro stessi, cioè cani. Zelda, equipaggio armatoriale, provò a scattare per prima sull'agognato suolo di sassi, Ubu, equipaggio ospite, ma più anziana, emise un sordo, ma distinto "grr" . Zelda la fece scendere per prima, dandole così l'opportunità di annunciare a tutti gli abitanti della macchia locale che lei era arrivata e la questione finì lì. Durante tutta la crociera non ci fu uno screzio tra le due che corsero, giocarono, nuotarono, pescarono, dormirono (nel periodo di convivenza sulla stessa barca) sempre insieme.
Certo, a bordo di Zoe qualche difficoltà c'era a muoversi, sottocoperta, dal momento che i mozzi, quando riposavano dalle fatiche che i  duri incarichi impartiti comportavano loro, coprivano la metà della superficie del pagliolato; però eran trasparenti, ti davano l'impressione, con la loro seraficità e tranquillità, anche di bolina o con scafo rullante, che li potevi persino calpestare, e non avrebbero sentito nulla.
Il Terranova in barca è veramente uno spettacolo. Non è solo l'acqua, il suo elemento, ma anche quello che gli gira intorno.Si vede che è a suo agio. Si butta in mare, ti nuota accanto senza graffiarti, con i suoi polpastrelloni pinnuti e morbidi ti accarezza tranquillo; affascinava vedere il pelo lungo e folto che risale, come una nuvola, sulla superficie liquida.
E uscire dall'acqua, tirarsi su con un piccolo aiuto sul tender e poi in barca, diventa, anche se si pesa mezzo quintale, un gesto atletico che ha strappato più di un "bravo" da equipaggi limitrofi, in tutto il tirreno e ionio.
Ritorniamo al tema. Era quello un anno particolare, prima avvisaglia di un certo cambiamento climatico che sembra( nonostante io sia una di quelle che pensa che infondo le statistiche si debbano fare sulle misure e che quindi, per parlare di clima di misure ce ne vogliono moltissime e per lassi di tempo centenari), oramai un fatto conclamato.L'estate era tardivamente scoppiata a fine luglio, dopo piogge e temperature autunnali. La natura fa le cose per bene, e quindi aveva protetto il mozzo dal freddo lasciandogli addosso tutta la folta pelliccia invernale. Arriviamo a Maratea e saliamo su Landicchia. siamo a latitudini minori e contemporaneamente arriva la vera estate. La natura quindi, protegge di nuovo l'amato mozzo, liberandolo, in tempi rapidissimi, della coperta che fino a quel momento era stata utile, ma che rischiava, nei giorni a venire, di diventare letale.
Landicchia era diventata una barca impercorribile e, noi due bipedi, degli esseri simili all'uomo e alla donna primitivi. Meno male che facevamo il bagno e quindi, per un pochino, si tornava riconoscibili. Naturalmente non avevamo aspirapolveri, ma uno scopettino, una paletta, una spazzola, un pennello, quest'ultimo indispensabile per mettere in sicurezza gli ombrinali del pozzetto, a costante rischio di intasamento, fatto, questo, pericolosissimo. 
Arrivati alla disperazione, un giorno, nella bellissima rada di Pollara a Salina, il capitano decide di sacrificare l'unico pettine a bordo e sotto il mio sguardo truce- all'epoca i miei indomiti capelli ricci erano lunghi fino alle spalle ed il pettine mi era indispensabile per districarli con 1 kg di olio quando erano bagnati- decide di velocizzare il processo di naturale depilazione del mozzo in un sol colpo. Dopo un lavoro di circa due ore avevamo fatto una matassa compatta grande come tre cuscini insieme.
"è biodegradabile, vero?" chiede il capitano
"sisi, cibo per i pesci"
e così la "cosa" venne buttata nella trasparente acqua di Pollara. 
Non c'erano pesci. 
Oppure, se c'erano, non avevano capito nulla.
L'enorme massa nera galleggia che è un piacere, e, lentamente, sospinta da uno scirocco sfiatato, si avvia in direzione dell'isolotto e  dei faraglioni.
La guardiamo imbarazzati, tra l'altro non siamo soli, in quella rada, anzi, c'è un certo affollamento.
In quel mentre, arriva una barca a vela, baldanzosa, in cerca di un buon posto per buttare l'ancora. Ci sarebbe un posto sulla nostra prua, ma, diciamoci la verità, è un po' strettino.
Di colpo, avvistata la nuova isola, non segnata sulle carte, la barca Si ferma. Non c'è vento, non c'è corrente. Anche l'isola è ferma, a poca distanza dalla nostra catena, e galleggia sorniona. Qualcuno, a bordo della ex baldanzosa, prende in mano un binocolo, e studia la situazione. Ci sta un po', a studiare. Poi decide che è meglio non rischiare e invece di ormeggiare sulla nostra prua, torna indietro e si ormeggia a poppa, ben distante, su un fondale molto più alto.
Auguro a tutti di poter costruirsi, in un qualche modo, una novella isola Ferdinandea, che dura solo un giorno e che, fatto il suo dovere di deterrente (quando ce n'è bisogno ed ormeggiarsi un po' più in là non è una tragedia) scompaia nuovamente.